Straniero gay in Italia ha diritto allo stato di rifugiato

Lo ha deciso la Cassazione che, con l'ordinanza 15981 del 20 settembre 2012, ha
accolto il ricorso contro la decisone della Corte d'appello di Trieste che ha
ritenuto irrilevante, al fine del riconoscimento della protezione, che l'
ordinamento giuridico del Senegal ritenesse l'omosessualità un reato «perché
non è possibile inferire la situazione individuale di perseguitato da quella
generale di un paese». Secondo la Suprema Corte il clandestino senegalese gay,
scappato dal paese perchè l'omosessualità è ritenuta un reato, ha diritto allo
stato di rifugiato politico o la concessione della protezione sussidiaria o il
permesso di soggiorno, per non comprometterne la libertà personale, in base
alla carta dei diritti dell'Unione Europea. Nonostante la Corte di merito
avesse deciso diversamente, la sesta sezione civile ha ribaltato
categoricamente il giudizio, ritenendo invece legittima tale richiesta.

Gli ermellini hanno evidenziato come la repressione penale dell'omosessualità
comporta necessariamente l'impedimento a tutti i cittadini omosessuali di
vivere liberamente la propria vita sessuale e affettiva, integrando la
privazione di un diritto fondamentale. Nella stessa decisione, i giudici di
piazza Cavour hanno precisato che "laddove si è chiarito che per persecuzione
deve intendersi una forma di lotta radicale contro una minoranza che può anche
essere attuata sul piano giuridico e specificamente con la semplice previsione
del comportamento che si intende contrastare come reato punibile con la
reclusione. Per questo le persone di orientamento omosessuale sono costrette a
violare la legge penale del Senegal e a esporsi a gravi sanzioni per poter
vivere liberamente la propria sessualità: ciò costituisce una grave ingerenza
nella vita privata dei cittadini senegalesi omosessuali che compromette
grandemente la loro libertà personale".

Pertanto, la Suprema corte ha rimandato bacchettandola alla Corte d'appello di
Trieste, gli atti al fine di acquisire le prove necessarie per verificare o
meno la condizione di omosessualità del ricorrente. Inoltre ha ordinato di
accertare quale sia, la situazione sociale del paese, per ciò che concerne l'
omofobia e i gravi atti discriminatori e persecutori contro gli omosessuali
denunciati dai mezzi di informazione e da siti istituzionali e di
organizzazioni non governative, avendo i giudici di merito ignorato
completamente la situazione sociale del paese. Tutto ciò «nel rispetto del
criterio direttivo della legislazione comunitaria e italiana in materia di
istruzione ed esame delle domande di protezione internazionale».

Per Giovanni D'Agata, fondatore dello "Sportello dei Diritti", i giudici
della Suprema Corte hanno dimostrando grande sensibilità' nell'applicazione
delle norme.

Fonte: http://www.laltrapagina.it/mag/?p=11440
Pubblicato da Lorenzo Bernini

Op-ed: Islam and LGBT are Not Mutually Exclusive

Urooj Arshad, a queer Pakistani-born woman, tells us why she devotes her life
to helping LGBT Muslim youth.
BY UROOJ ARSHAD


I grew up in Pakistan, a country with one of the largest Muslim populations in
the world. Unlike most Pakistani women, I had access to a great education, and
loving and supportive parents who treated me and my brothers equally. However,
as I grew up I was troubled by the way women were treated in Pakistan.

Much of my worry was fueled by growing up during one of the harshest military
regimes in Pakistan, that of general Zia-Ul-Haq. In his push to "Islamisize"
the country, he eliminated many of women's rights in the name of Islam. His
infamous Hudood Ordinances amplified violence against women, and the general
degradation and humiliation of women in society. I was constantly afraid, and
the oppression started to seep into my soul. Fortunately, when I was 16 my
parents immigrated to the U.S. with the help of my uncle's sponsorship.

I came to the U.S. broken and disillusioned. I thought that I would start a
new and happier life away from Pakistan and away from Islam.

But of course it was not that easy. I was just so different from my fellow
suburban white teens. Yet trying to forget who I was and where I was from didn'
t bring me happiness either. By the time I got to the University of Illinois,
away from home and family for the first time, I had become very isolated. Even
when I came out and entered the LGBT community, I realized that as a queer-
Muslim-person of color, the issues I faced were vastly different from my white
LGBT peers.

In 1999, I met Faisal Alam, the founder of the Al-Fatiha Foundation, an
organization dedicated to Muslims who are lesbian, gay, bisexual, transgender,
intersex, questioning, those exploring their sexual orientation or gender
identity, and to their allies and families. He changed my life forever. To sit
in a room full of queer youth and to know that there is another Pakistani
Muslim queer person out there, started to fill a hole I did not even know
existedand I stopped believing that I would never be able to reconcile my
sexuality with my religion and culture.

I began organizing and getting more involved with work specific to LGBT Muslim
communities, and this has been my mission for the last decade and more. As a
community, we have provided countless workshops on the intersection of
islamophobia and homophobia/transphobia, marched in pride parades to show our
visibility, helped folks get asylum, provided spiritual counseling, and
developed and advocated for scholarship that looks at Islam in the context of
LGBT issues. We have built retreat spaces that bring together LGBT Muslims to
discuss spiritual life, religious texts, anti-oppression; and yes, we even had
a speed dating event this year, because nothing is hotter than some Muslim on
Muslim love.

Most importantly, we have changed the discourse that looks at LGBT Muslims as
if they are non-religious, somehow outside the realm of mainstream Muslim life,
somehow not impacted by Islamophobia, somehow not quite able to be both LGBT
and Muslim. And as we continue to change the discourse, I am proud of how much
the movement has grown and truly reflects the LGBT Muslim community.

I am particularly proud to see so many young people as LGBT Muslim organizers.
Youth are especially vulnerable in an environment that puts all LGBT Muslims at
risk of stigma and discrimination: from government, from our society, and even
from our own families and communities. Many youth face violence and family
rejection; many also feel disconnected from their culture and religion. These
young people need a supportive community - and the community needs their
energy and leadership. Through Advocates for Youth's Muslim Youth Project, we
are developing Muslim youth leaders who will push back on Islamophobia,
homophobia, transphobia, silence about sexuality, and the oppression of women.

It's been 13 years since I became involved with LGBT Muslim organizing, and I
am so proud of all the work we have done to bring people together who, like me,
felt isolated and alone — who felt that if they are LGBT that the love of Allah
is no longer with them, and they were cursed to go through this world
unprotected and unloved.

Just a few months ago, I went back to Pakistan, and I realized that the
Pakistan I knew during the draconian days of Zia –ul-Haq has changed. From
transgender communities getting ID cards, to the vibrant lawyers' movement that
eventually toppled the last military dictator's regime, Pakistan has been on
its own journey toward becoming the Pakistan I have always dreamed of. My trip
to Pakistan not only took me home, but took me back to myself, and I hope that
this gift of coming home to oneself is a gift that we as LGBT Muslims can
continue to give to each other.



UROOJ ARSHAD is the associate director of International Youth Health and
Rights at Advocates for Youth, a group that advocates for realistic approaches
to adolescent sexual health.


Fonte: http://www.advocate.com/commentary/2012/09/14/oped-islam-and-lgbt-are-
not-mutually-exclusive

Pubblicato da Lorenzo Bernini

LGBT Rights in UAE - Let's Talk

http://www.youtube.com/watch?v=X52UJfttCcM&sns=fb

Pubblicato da Lorenzo Bernini

Richiedenti asilo, il “paradosso” italiano in un’indagine del Cospe.

Ricerca in 5 Paesi Ue con interviste ai migranti. In Italia buone pratiche a
livello provinciale, ma restano circoscritte all'offerta di ospitalità. In Ue,
"mancano sistemi di inclusione".

Un paradosso quello che la legge prevede per i rifugiati e i titolari di
protezione perché "in Italia non sono state create risposte specifiche per i
richiedenti asilo".
È quanto denuncia il report Il paradosso di essere riconosciuto come rifugiato
in Italia: vivere in una prigione a cielo aperto, sulle condizioni dei
rifugiati in Italia, realizzato da Cospe all'interno del progetto europeo
Eduasyl.
Il report italiano, realizzato tra il 2010 e il 2011, parte dall'analisi della
realtà di Firenze per tracciare i contorni della situazione in tutta Italia, e
fa parte di un più ampio report europeo su 5 città e i rispettivi Paesi,
effettuato da un network europeo di associazioni che hanno analizzato la
situazione nelle loro rispettive città: Amburgo, Glasgow, Goteborg, Salonicco.
All'interno dell'indagine le interviste con i migranti dalle quali emerge
"come tutti abbiano sottolineato l'esigenza di potenziare il lavoro a livello
di rete, creando un network tra le varie associazioni che si occupano della
tematica. Tutti concordano inoltre sulla necessità di un monitoraggio stabile
delle situazioni di vita dei rifugiati, dei richiedenti asilo, di minori non
accompagnati e dei loro bisogni relativi all'educazione".
Secondo il report, "non mancano buone pratiche a livello provinciale, ma
restano circoscritte all'offerta di ospitalità mentre quello che manca è
proprio a livello strutturale. Una risposta importante viene da parte dell'
associazionismo che si è mosso molto per dare sostegno a queste esigenze, un
impegno che finisce per scontrarsi però col fatto che il mercato del lavoro
raramente risulta ricettivo nei confronti dei richiedenti asilo".
"In ambito europeo – spiega la ricerca – mancano ancora efficaci sistemi di
inclusione dei rifugiati: in particolare permangono barriere per l'accesso a
programmi educativi e di inserimento nel mercato del lavoro. I sistemi europei
di educazione e di formazione professionale non prevedono corsi specifici che
siano compatibili con i bisogni dei rifugiati e dei richiedenti asilo. In
particolare, non sono ancora stati ideati adeguati strumenti per la rilevazione
di saperi, capacità e competenze specifiche dei rifugiati, con una conseguente
inadeguatezza delle azioni che le istituzioni scolastiche e formative portano
avanti: non viene effettuata una reale valorizzazione degli specifici bagagli
linguistici, culturali, esperienziali. Le loro biografie transnazionali
potrebbero invece essere di particolare importanza ed utilità non solo per
ampliare le opportunità di inserimento lavorativo dei rifugiati, ma anche per
il tessuto sociale, culturale, educativo in cui si trovano".

Fonte: http://www.immigrazioneoggi.it/daily_news/notizia.php?id=004535
Pubblicato da Lorenzo Bernini

La nuova Sanatoria Immigrati 2012, valida per datori di lavoro che si autodenunciano

Colf, badanti, manovali e cuochi potranno uscire della condizione di
clandestinità. Dopo che è stato presentato dal Governo lo schema del Nuovo
Decreto Legge, sul rilascio di un permesso di soggiorno per chi denuncia il suo
sfruttatore, si può dire che sia in atto una mini-sanatoria per tutti i
clandestini.
La Nuova Sanatoria 2012 prevede la possibilità di pagare un contributo
forfettario per ogni clandestino alle proprie dipendenze. I datori di lavoro
che occupano irregolarmente alle proprie dipendenze lavoratori extracomunitari,
"comunque presenti nel territorio nazionale", potranno dichiarare la
sussistenza del rapporto di lavoro allo Sportello unico per l'immigrazione.
Quando potrà essere presentata la Dichiarazione?
Dal 15 Settembre al 15 Ottobre 2012
Con la Sanatoria Immigrazione 2012, potranno essere Regolarizzati solo i
rapporti di Lavoro a Tempo Pieno, ad eccezione del settore del lavoro
domestico, dove sarà possibile regolarizzare anche rapporti di lavoro a tempo
ridotto, purché non inferiore alle 20 ore settimanali.
Il datore di lavoro dovrà versare un contributo di 1.000 Euro per ciascun
lavoratore in "nero" alle proprie dipendenze, con l'aggiunta del pagamento
delle somme dovute a titolo contributivo e retributivo di almeno sei mesi.
Attenzione: è obbligatoria la regolarizzazione delle somme dovute per l'intero
periodo in caso di rapporti di durata superiore a sei mesi. Questo vuol dire
che qualsiasi datore di lavoro può autodenunciarsi e dopo aver versato i
contributi arretrati all'Inps e dopo aver risolto favorevolmente anche le buste
paga dei lavoratori, potrà mettersi in regola a tutti gli effetti ed uscire
pulito.

Chi saranno esclusi?
Sono esclusi però i datori di lavoro che sono stati condannati negli ultimi 5
anni con sentenza anche non definitiva per favoreggiamento dell'immigrazione
clandestina, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, così come i
lavoratori colpiti da provvedimenti di espulsione, con precedenti penali legati
all'arresto in flagranza, condannati o segnalati, anche in base ad accordi o
convenzioni internazionali, ai fini della non ammissione nel territorio dello
Stato Italiano.

Con la Santoria, o Regolarizzazione, sarà quindi possibile:
Dare la possibilità, ad un gran numero di lavoratori stranieri clandestini o
irregolari già presenti sul territorio italiano, di ottenere il permesso di
soggiorno per lavoro, purchè i datori di lavoro siano disposti ad assumerli
regolarmente e versare i relativi contributi;
Per i datori di lavoro, di evitare di incorrere in pesantissime sanzioni, che
verranno messe in atto non appena si avrà l'approvazione definitiva dal Governo
del decreto legislativo che introduce le norme minime relative a sanzioni e
provvedimenti, nei confronti di datori di lavoro che impiegano cittadini di
Paesi terzi il cui soggiorno in Italia è irregolare.
In conclusione, tutti i lavoratori potranno "sfruttare" questa
regolarizzazione per poter mettersi in regola ed uscire della situazione di
"lavoro nero". Sicuramente saranno tantissime le richieste, e per adesso lo
stesso Governo vuole andarci con i piedi di piombo, perché vuole specificare
ogni casistica per non intasare i Tribunali di ricorso ed appelli, così come
già sucesso per la regolarizzazione del 2009.
Come dimostrare di essere in Italia prima del 31 dicembre 2011
Per avere diritto a partecipare alla Sanatoria 2012 il lavoratore
extracomunitario non regolare dovrà dimostrare documentazione che comprove la
sua presenza nel territorio, come recita l'art 5, comma 1 del Decreto
Legislativo 16 Luglio 2012 n. 109, devono provenire da organismi pubblici.
In attesa della pubblicazione della procedura ufficiale, elenchiamo alcuni dei
documenti che dovranno essere esibiti al momento de la richiesta di Sanatoria
di Immigrazioni:
Documenti validi proveniente da organismo pubblici
Timbro di ingresso sul passaporto
Permesso di soggiorno scaduto
Rinnovo del passaporto presso l'autorità consolare in Italia
Atti giudiziari ed eventuali denunce per reati non ostativi
Documentazione relativa alla sanatoria 2009
Richiesta di asilo
Certificato medico di Pronto Soccorso
Tessera STP (Straniero temporaneamente presente)
Ricevuta iscrizione a scuola di un figlio
Mensa scolastica di un figlio
Documenti non validi
Scontrini fiscale di acquisto
Scontrini fiscale / struttura alberghiera
Trasferta di denaro
Reddito
Per quanto riguarda i tanto attesi requisiti reddituali del datore di lavoro,
in caso di persona fisica, ente o società, il reddito imponibile o del
fatturato risultante dall'ultima dichiarazione dei redditi o dal bilancio di
esercizio precedente non deve essere inferiore ai 30mila euro annui. Nel caso
di addetto al lavoro domestico di sostegno al bisogno famigliare, invece, il
reddito non dovrà essere inferiore a 20mila euro annui e nel caso di nucleo
familiare, la somma non dovrà essere inferiore a 27mila euro.
In caso di imprenditori agricoli, sarà possibile ricondurre la capacità
economica non soltanto al reddito agrario, il cui ammontare è quasi sempre
insufficiente a raggiungere una soglia minima di reddito, ma anche ad altri
indici di ricchezza, quali - ad esempio - i dati risultanti dalla dichiarazione
IVA, considerando il volume d'affari al netto degli acquisti, o dalla
dichiarazione IRAP, tenendo conto anche dei contributi comunitari eventualmente
ricevuti dall'agricoltore e debitamente documentati dagli organismi erogatori.

Pubblicato da Lorenzo Bernini
Fonte: http://www.sportelloimmigrazione.it/richiedi-documenti/sanatoria-2012.
html

Fuga dall’omofobia

Luigi Riccio

Per i richiedenti asilo omosessuali non è facile trovare protezione in Europa.
I risultati del rapporto Fleeing Homofobia. Il racconto di un attivista della
rete Lenford.

In 76 Paesi nel mondo l'omosessualità è considerata reato, in 7 è punita con
la pena di morte. Tra le migliaia di persone che ogni anno richiedono la
protezione internazionale in Europa c'è anche chi fugge per le persecuzioni
subite a causa del proprio orientamento sessuale. Lo spirito della Convenzione
di Ginevra sui rifugiati del 1951, è stato ribadito dall'Unione Europea con la
Direttiva Qualifiche del 2004. Questa, all'art. 10, introduce l'orientamento
sessuale come motivo di persecuzione. Ed ha anche elaborato, con la Direttiva
Procedure del 2005, degli standard procedurali minimi per il rilascio della
protezione internazionale. In tutt'Europa, un omosessuale in fuga dall'Iran,
dall'Arabia Saudita o da qualsiasi altro Paese in cui l'omosessualità è
penalmente perseguita (o per cui è prevista la pena di morte), dovrebbe
ricevere il medesimo trattamento. Ma così non è.
Nei vari Paesi le prassi adottate sono non sempre concordi, e in alcuni casi
nettamente discutibili. E questo anche in stati, come la Spagna, che hanno
legislazioni all'avanguardia sulla tutela dei diritti di omosessuali,
bisessuali e transessuali. A metterlo in luce, il rapporto Fleeing Homofobia,
indagine comparativa sulla concessione del diritto d'asilo a persone
discriminate per il proprio orientamento sessuale e di genere.
Abbiamo chiesto di parlarcene all'avvocato Simone Rossi, socio dell'
associazione Rete Lenford, che è stata partner per l'Italia nell'elaborazione
dell'indagine.

Quali dati sono emersi nella vostra comparazione?
«Si nota una certa disomogeneità tra le prassi utilizzate nei singoli Paesi Ue
ed alcune di queste si rivelano estremamente critiche. Una di queste, molto
diffusa ad esempio in Danimarca, Norvegia, Spagna, Finlandia e Bulgaria, è
quella di non considerare sufficiente l'esistenza, nel paese di origine del
richiedente asilo, di norme che criminalizzano gli omosessuali. Secondo tali
Paesi, il richiedente deve dimostrare di essere egli stesso in un concreto
stato di pericolo, di aver ricevuto persecuzioni, subito arresti e quant'altro.
Che il paese criminalizzi l'omosessualità con delle norme specifiche, non
basta.
Altri Paesi, invece, prima di concedere la protezione internazionale, si
riservano di valutare se tali leggi persecutorie vengano effettivamente
applicate o meno. Questo è un problema, perché non sempre sono disponibili dati
precisi sull'applicazione di tali norme nel paese in questione. E in ogni caso,
già solo l'esistenza di queste norme denotano un clima di ostilità, di
omofobia, di cui comunque l'omosessuale è vittima».

In quale modo i richiedenti asilo omosessuali dimostrano il proprio
orientamento alle Commissioni territoriali?
«Ci sono alcuni Paesi, come l'Ungheria e la Bulgaria, in cui le autorità
richiedono perizie psicologiche o psichiatriche a dimostrazione del proprio
orientamento sessuale. Il richiedente non è obbligato a sottoporsi a queste
visite, ma di fatti è come se lo fosse: senza queste prove, non viene
considerato credibile. In altri Paesi, invece, come l'Austria, la Romania e la
Polonia, prove del genere sono richieste solo in caso di dubbio, non dalle
autorità statuali in sé ma dalle Commissioni territoriali. Altre prassi, più
anacronistiche, erano adottate in Repubblica Ceca, ma dal 2009 non sono più in
vigore. I richiedenti omosessuali venivano sottoposti ad un test fallometrico,
dove si valutava se il richiedente, guardando ad esempio un film porno gay,
manifestasse delle reazioni».

Quanto pesano gli stereotipi nella valutazione di questi casi?
«Gli stereotipi sono molto diffusi ed hanno un peso rilevante. Alcuni Paesi
sono più propensi a rilasciare lo status di rifugiato a persone che siano
visibilmente omosessuali, come nel caso di uomini effeminati o di donne che
presentino caratteristiche maschili. Questo ci porta ad un altro tipo di
problema: e cioè alla mancanza di un'adeguata formazione per affrontare
casistiche del genere. Capita molto spesso che i componenti delle Commissioni,
gli avvocati o i membri delle Ong non siano abbastanza informati e concepiscano
l'omosessualità in modo rigido e univoco, che ovviamente non corrisponde alla
realtà, che è molto più sfaccettata».

Sono emerse prassi particolarmente discriminanti o negative?
«In alcuni Paesi viene applicato il requisito della discrezionalità. Per
Belgio, Svizzera, Finlandia, Bulgaria e Norvegia, il richiedente omosessuale
potrebbe svolgere normalmente la sua vita nel paese di origine se nascondesse
il proprio orientamento sessuale. Questa prassi, oltre ad essere discriminante
in sé, contraddice lo stesso spirito della Convenzione di Ginevra sui rifugiati
del 1951, per cui, se la persona è obbligata a nascondersi, significa che c'è
una violazione dei suoi diritti umani. Un segnale positivo, in questo caso, è
arrivato dal Regno Unito, che pure applicava questa sorta di attenuante. Con
una sentenza della Corte Suprema del 2011, il requisito della discrezionalità è
stato abrogato, perché lesivo della dignità umana».

E in Italia? Com'è la situazione?
«Dal nostro monitoraggio, abbiamo riscontrato in Italia delle prassi
sostanzialmente positive. Ai richiedenti omosessuali non vengono rivolte
particolari richieste, e le decisioni si affidano molto sulla credibilità della
storia personale del richiedente. Ovviamente, se la persona possiede delle
prove, di qualsiasi tipo, che possano comprovare la sua omosessualità, è
agevolato. Ma non abbiamo riscontrato casi in cui si applichi, ad esempio, il
requisito della discrezionalità, tantomeno che vengano raccolte prove sulla
reale applicazione o meno di norme criminalizzanti nel paese di origine del
richiedente. L'esistenza in sé di tali norme è sufficiente. Nelle Commissioni
territoriali italiane è inoltre presente un membro dell'Unhcr, che porta con sé
un bagaglio formativo di certo più completo.
Per quanto riguarda il rilascio effettivo dello status di rifugiato a persone
omosessuali, la media è in linea con la percentuale totale dei permessi
concessi. Dal 2008 al 2010, ci risultano almeno 400 casi di omosessuali che
hanno richiesto protezione in virtù del proprio orientamento sessuale.
Il problema, ma questo non riguarda solo l'Italia, è piuttosto quello che
molti omosessuali non sanno di poter richiedere la protezione internazionale
per le discriminazioni vigenti nel proprio paese. A Verona, ad esempio, abbiamo
aperto uno sportello per concedere informazioni legali sull'argomento.
Personalmente, mi è capitato di conoscere un omosessuale, da più tempo senza
permesso di soggiorno, che non sapeva di poter ottenere protezione in virtù
delle persecuzioni subite».

Un altro dato emerso dall'indagine?
«Abbiamo notato una certa invisibilità delle donne omosessuali. I casi di
richieste che abbiamo riscontrato sono davvero pochi. Non sappiamo il perché,
ma è un dato che andrebbe approfondito».

Fonte: http://www.corriereimmigrazione.it/ci/2012/09/fuga-dall-omofobia/
Pubblicato da Lorenzo Bernini

La vittoria di Toni

Luigi Riccio

Toni Fatah Ibrahim è nato nel 1985 in Togo ma è cresciuto in Ghana. Nel luglio
2008 raggiunge le coste italiane su un barcone della speranza e nello stesso
anno fa richiesta di asilo. Toni è omosessuale e nel suo Paese d'adozione si
prostituiva. Alla Commissione territoriale per il rilascio della protezione
internazionale, racconta delle persecuzioni subite a causa del suo orientamento
sessuale.

La Commissione riscontra "perplessità in molti aspetti della vicenda" di Toni,
considerandola non idonea "a giustificare il timore di persecuzione ai sensi
della Convenzione di Ginevra". Sia la richiesta di protezione internazionale
che quella sussidiaria vengono quindi rigettate. Siamo al 10 aprile 2009.

Toni fa ricorso contro la decisione al Tribunale di Roma. Il processo dura tre
anni e in questo lasso di tempo i giudici passano al setaccio notizie di
cronaca, rapporti di Ong impegnate nella tutela dei diritti umani e del
Dipartimento di Stato Americano, ma anche il sito del ministero degli Esteri
italiano e di Wikipedia. Si scopre così che sia il Codice penale togolese del
1980 che il Codice criminale ghanese del 1960, considerano l'omosessualità un
reato contro la morale pubblica e la sanzionano con pene monetarie o detentive.
Il rapporto del Dipartimento di Stato Americano del 2010, rilevava che in Ghana
gli omosessuali, "devono affrontare una diffusa discriminazione compresi i
tentativi di estorsione e atti di violenza da parte della polizia". Una
discriminazione diffusa nella stessa società civile: nel settembre 2011,
ricordano i giudici, politici di rilievo ed esponenti della Chiesa evangelica
lanciarono una campagna pubblica di denuncia dell'omosessualità. In virtù di
ciò, i giudici trovano adeguata "la concessione al ricorrente di un permesso di
soggiorno per motivi umanitari". Siamo nel giugno 2012.

La sentenza non sconfessa la decisione della Commissione, ma la completa.
«Capita spesso che le Commissioni – ci dice Simone Mangani, difensore di Toni –
valutino la richiesta di asilo sulla base di una o due delle protezioni
richiedibili, quando invece dovrebbero farlo per tutte e tre. Così come non è
raro che una Commissione rigetti una domanda senza specificare qual è il tipo
di protezione che si sta rifiutando».

Secondo la Convenzione di Ginevra del 1951, è rifugiato colui che teme di
essere perseguitato per "motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza
ad un particolare gruppo sociale o per le sue opinioni politiche". Mentre la
protezione sussidiaria, destinata a chi non rientra nei parametri per lo status
di rifugiato, è rilasciata a coloro nei cui confronti sussistono fondati motivi
di persecuzione se ritornassero nel proprio Paese di origine. Il richiedente
asilo omosessuale molto spesso non ha che la sua storia da raccontare: e senza
prove, non rientra né tra i parametri per lo status di rifugiato, né soddisfa i
"fondati motivi" richiesti dalla protezione sussidiaria.

Può solo, per dimostrarsi omosessuale, dichiararsi tale. "I problemi di
credibilità- si legge nel rapporto Fleeing Omophobia -quando si effettua una
valutazione della veridicità della storia di un richiedente, sono ormai al
centro di molti casi di richiesta di asilo, se non della maggior parte". Le
associazioni Lgbt che si occupano di rifugiati omosessuali cercano di ovviare
al problema raccogliendo documentazioni cartacee che comprovino la veridicità
delle storie. L'iscrizione ad un'associazione Lgbt, ad esempio, può costituire
una prova.

Gli atti omosessuali sono illegali in 76 Paesi, ma è il sesso tra maschi a
subire la maggiore criminalizzazione. In 40 di questi Stati, infatti, è
esplicitamente il sesso tra uomini ad essere considerato un reato.


Fonte: http://www.corriereimmigrazione.it/ci/2012/09/la-vittoria-di-toni/
Pubblicato da Lorenzo Bernini

TURQUIE: UN ADO PRÉSUMÉ GAY LIQUIDÉ PAR SES PARENTS

La presse turque évoque un possible crime d'honneur au sein d'un clan
«puissant» de la ville de Diyarbakir. Un jeune de 17 ans serait mort.

Le site anglophone du quotidien «Hürriyet» rapporte qu'un jeune gay a été
victime de ce qui ressemble à un crime d'honneur dans la ville de Diyarbakir
(sud-est du pays). Les faits, qui se sont déroulés au mois de juillet, ont été
révélés par le quotidien «Cumhuriyyet». Le garçon de 17 ans avait trouvé refuge
chez un ami pour échapper à des violences familiales, après que son
homosexualité a été découverte par sa famille. Il aurait alors été enlevé par
son oncle et exécuté de 14 balles par son père après une dispute avec ce
dernier. Le corps aurait enfin été jeté sur le bord d'une route.
Le père et l'oncle de l'adolescent ont été arrêtés. La famille, issue d'un
clan «riche et puissant» de la ville, aurait tenté de dissimuler le crime en
faisant pression sur la police, affirme un groupe LGBT local. «Nous sommes
exposés à la violence, mais il n'y a nulle part où aller pour porter plainte ou
faire valoir nos droits. La police nous insulte, les docteurs se moquent de
nous», a expliqué un membre du collectif à «Hürriyet».

Fonte: http://360.ch/blog/magazine/2012/09/un-ado-presume-gay-liquide-par-ses-
parents/

Pubblicato da Lorenzo Bernini

LGBT: In Russia “virtualmente” riconosciuti i legami omosessuali

Angela Zurzuolo

Potrebbe sembrare un dettaglio ma per la comunità LGBT in Russia è una
vittoria importante. E da ora in poi sarà sotto gli occhi di tutti, su
Vkontakte, il socialnetwork più popolare del paese, che conta 91 milioni di
utenti. Da questo momento, infatti, sarà possibile indicare nel proprio status
anche una relazione omosessuale.

Una conquista ottenuta grazie ad "Oleg", un utente di Vkontakte, che ha
scritto all'amministratore chiedendo perché mai lui non potesse selezionare l'
opzione "ho un ragazzo" sul suo profilo. 'I matrimoni gay non sono permessi in
Russia. Dichiari un altro sesso online', gli era stato risposto. Tanto quanto
basta perché contro l'atto discriminatorio si mobilitasse il gruppo per i
diritti dei gay, la Rainbow Coalition. Vladislav Tsyplushin, portavoce della
compagnia, si era dimostrato irremovibile. Sembrava che non lo potesse
dissuadere nemmeno la minaccia degli attivisti di passare alla concorrenza in
massa e rivolgersi a Facebook, principale e temutissimo concorrente di
Vkontakte. Invece, poi, il 3 agosto, una sorprendente apertura: d'ora in poi,
gli utenti potranno indicare di avere una relazione con una persona dello
stesso sesso.

Si chiarisce, però, che sarà possibile dichiarare una relazione ma non un
matrimonio omosessuale, così come invece è possibile fare su Facebook, che ha
introdotto un'icona speciale. Del resto, non solo i matrimoni gay in Russia non
sono consentiti, come in Italia, ma in alcune regioni vige anche il divieto di
propaganda omosessuale, ritenuta pericolosissima per i minori. "Non ci avevamo
ancora pensato", si è giustificato Tsylplukhin, annunciando su Twitter l'
improvviso cambio di rotta. Sicuramente determinante nella scelta una veloce
riflessione sulla percentuale degli utenti LGBT presenti sul social- network:
circa il 4–5% , ai quali si sarebbe poi dovuto aggiungere anche il numero degli
altri partecipanti alla campagna di boicottaggio.

"Anche se il vostro matrimonio omosessuale è stato registrato all'estero, non
sarà ancora possibile dichiararlo su Vkontakte. In altre parole, la
discriminazione continua come prima", ha dichiarato il noto attivista Nikolai
Alekseev. E continuano a piovere critiche anche da parte dei transgender, che
sostengono che il social network non dovrebbe obbligare gli utenti ad
identificarsi come femmine o maschi, mentre le polemiche hanno acceso il
dibattito online.

La notizia di Vkontakte è stata accolta da ben 3mila commenti. "Di per sé la
decisione non mi preoccupa, ma è parte di una tendenza più ampia. Ottengono una
concessione, poi un'altra, poi un'altra, e ben presto arriveranno a dire: 'ci
dovete tutto!'", è il commento dell'utente Konstantin Dolganovsky, riportato
dal Moscow Times.

E intanto altri iniziano a temere l'ondata di rivendicazioni e Odnoklassniki,
un altro grande social network russo, spiega che se non è consentito indicare
che il proprio partner ha il proprio stesso sesso tra le opzioni dello status
sentimentale, è perché fino ad ora nessun utente ne aveva mai fatto richiesta.


Fonte: http://www.eastjournal.net/homo-wiadomo-in-russia-virtualmente-
riconosciuti-i-legami-omosessuali/20620

Pubblicato da Lorenzo Bernini

Mr. Gay Danimarca: "Ecco perché sono musulmano"

l 16 agosto scorso, nella piazza del Municipio di Copenhagen, è stato
annunciato il vincitore del concorso nazionale "Mr. Gay DK" (Out & About),
competizione che termina nella settimana del Pride ma che attraversa tutta
l'estate danese. Ad aggiudicarsi il titolo è stato Michael Sinan Thomsen ,
trentaquatrenne, scelto dai giurati dopo che il pubblico aveva selezionato i
dieci finalisti. Ciò che rende particolare la vittoria di questo ragazzo,
poliglotta (laureato in turcologia) e suonatore di tamburello turco, è di
essere musulmano. E il suo scopo è dimostrare che omosessualità e Islam non
sono nemici.


Puoi parlarci del tuo approccio all'Islam e delle ragioni della tua
conversione?

Il modo in cui ho conosciuto l'Islam: ho letto molto sulle religioni in genere
quand'ero bambino, a 8-10 anni. Sono cresciuto con bambini turchi, ma non sono
certo stati loro a spingermi in questa direzione. Ho sentito subito che il
moderno stile di vita musulmano sembrava qualcosa di familiare per me.
Difficile da spiegare. Le famiglie turche con cui sono cresciuto erano
musulmane, ma in modo laico. Questa è la ragione per cui il mio modo di essere
musulmano è laico. In qualche caso sono anche più conservatore di molte moderne
famiglie turche. In più io non sono mai stato battezzato, secondo quanto mi
dice mia madre io non mi sono mai convertito dal cristianesimo, ma ho
abbracciato l'Islam come primissima scelta.



Credo che la disputa sulle vignette di Maometto sul giornale Jyllands-Posten
e le sue conseguenze non abbiano facilitato la situazione per i musulmani in
Danimarca (come mostrano i commenti anti-islamici sul sito di Danmarks Radio).
Qual'è la tua esperienza in proposito?

Se si parla di libertà di espressione, la sostengo al 100%, ma come musulmano
non mi ha fatto molto piacere che discutessero quei disegni e specialmente non
quando se ne è tornati a parlare. E' per noi una cosa molto importante non
raffigurare nè discutere un'immagine dei profeti dell'Islam.




Quali sono i tuoi rapporti con la comunità islamica? Frequenti la moschea, hai
amici? E qual'è normalmente la reazione rispetto alla tua omosessualità?

Non frequento le moschee in Danimarca. L'atmosfera di queste comunità non mi è
congeniale, ma ho molti amici musulmani che capiscono il mio essere omosessuale
e non mi trattano assolutamente in modo diverso. Comunque sono tutti molto
prudenti nell'esprimere un "mi piace" sulla mia pagina Facebook. Sono purtroppo
preoccupati di quello che altri musulmani potrebbero pensare di loro.


Conosci altri musulmani gay?

Sì, ma sfortunatamente anche gay da paesi musulmani che hanno rinnegato
l'Islam. Sono convinti che tutte le religioni, e l'Islam in particolare, odiano
i gay. Ciò che penso è questo: nessuno mi deve dire di scegliere tra religione
e sessualità. Siamo nel 2012 e c'è la possibilità di vivere come un moderno
musulmano, devoto a Dio. 



Come mai hai preso parte al concorso? Hai avuto qualche problema, essendo
musulmano?

Ho partecipato al concorso di Mr. Gay perchè volevo dimostrare a gay ed etero
che esistono gay musulmani e che io sono orgoglioso di essere uno di loro. E in
più che esistono musulmani moderni, anche etero. Non ho avuto nessun problema
per questo, nemmeno dalla mia famiglia.




Cosa pensa l'ambiente gay danese di te? E tu che ne pensi?

Penso che l'ambiente gay di Copenhagen sia un po' conservatore. Vogliamo
essere così moderni e aperti di vedute, ma non è così. Certo non vale per
tutti, ma per molti. Per come la vedo io, molti gay cominciano ad aver paura
dell'Islam a causa di alcuni estremisti musulmani non intelligenti che
sfortunatamente ci sono in Danimarca
. E a proposito di cosa l'ambiente pensa
di me... non lo so davvero, ma ho avuto buone impressioni dopo la vittoria.
Anche da musulmani.




Quali sono i tuoi progetti dopo questo successo? Ti ritirerai a vita privata o
starai sulla scena?

Credo che starò sulla scena. Ma non tanto come personaggio, quanto come
persona seria con opinioni politiche. Voglio aiutare altri omosessuali
musulmani a lottare per il loro diritto di essere gay e musulmani! Voglio usare
il mio titolo per quanti più e quanto più buoni scopi possibile.


Fonte: http://www.ilgrandecolibri.com/2012/09/mister-gay-musulmano.html
Pubblicato da Lorenzo Bernini

La VI sezione civile della Cassazione torna sul tema della protezione internazionale per orientamento sessuale

di Matteo Winkler

1. La sentenza della Corte di Cassazione n. 11586 del 10.07.2012 rappresenta
l'occasione per fare il punto sul tema della protezione internazionale per
orientamento sessuale, cioé la concessione dello stato di rifugiato, in Italia,
a favore di stranieri perseguitati nel loro paese d'origine a motivo della loro
omosessualità.

Il tema è stato oggetto nel 2011 di un'interessante ricerca, intitolata
«Fleeing Homophobia», condotta da alcune associazioni che si occupano di
diritti delle persone LGBT, tra le quali l'italiana Avvocatura per i diritti
LGBT - Rete Lenford (v. Jansen, Spijkerboer, Fleeing Homophobia. In fuga
dall'omofobia: domande di protezione internazionale per orientamento sessuale e
identità di genere in Europa, 2011). La ricerca ha messo in luce alcuni aspetti
della questione affrontata dalla Cassazione: può uno straniero trovare
protezione in quanto omosessuale? Quali sono le condizioni alle quali
l'interessato può accedere a tale protezione, specialmente in termini di
credibilità e onere della prova?

Di questi due quesiti si occupa tangenzialmente la pronuncia citata.



2. I fatti di causa si possono così riassumere.

Alla fine del 2007 un cittadino tunisino immigrato in Italia riceve un ordine
di espulsione da parte del Prefetto di Trieste, perché ritenuto persona
socialmente pericolosa. Impugnato il decreto, il ricorrente vince in Tribunale
(sent. 22-28.02.2008, ined.) perché l'art. 19.1 T.U. immigr. (D.Lgs.
25.07.1998, n. 286) vieta l'espulsione dello straniero «verso uno Stato in cui
lo straniero possa essere oggetto di persecuzione per [...] ragioni personali o
sociali», e lui si dichiara omosessuale e cristiano, doppia ragione di
persecuzione del suo Paese. L'art. 230 del codice penale tunisino, infatti,
punisce la «sodomie» con tre anni di carcere e la conversione a una fede
diversa dall'Islam, religione di Stato, è di fatto condannata.

La pronuncia di accoglimento interviene all'esito di un'istruttoria volta ad
accertare l'omosessualità del ricorrente. Il giudice acquisisce testimonianze
di connazionali amici del ricorrente stesso e di una psicologa che l'aveva
seguito in carcere; inoltre, viene acquisito agli atti un fascicolo penale a
carico del ricorrente, dal quale si evinceva che il reato ivi contestato era
stato commesso in occasione di un incontro con persona dello stesso sesso,
finalizzato alla consumazione di un rapporto sessuale.

Alla luce di questi elementi, il giudice ritiene provata l'omosessualità del
ricorrente che, in quanto condizione personale di tutela alla luce dei principi
costituzionali del nostro Paese rappresenta motivo di protezione internazionale
ai sensi del citato art. 19, co. 1, T.u. immigr. Sulla sentenza si formava
giudicato, non essendo stata promossa impugnazione.

Nondimeno, la domanda di protezione internazionale avanzata dallo stesso
tunisino dinanzi alla Commissione territoriale di Gorizia non trovava
accoglimento, avendo la Commissione ritenuto non dimostrata né la sua
omosessualità né l'avvenuta conversione al cristianesimo. Successivamente, il
Tribunale di Trieste rigettava l'impugnazione proposta dal ricorrente, a motivo
dei suoi precedenti penali, ma accoglieva la domanda subordinata presentata
dallo stesso in relazione alla persecuzione in quanto gay e cristiano,
autorizzando così il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari.
Con sentenza del 12.04-9.05.2011, la Corte d'appello di Trieste riformava
completamente la sentenza di primo grado, considerando di nuovo non provata
l'asserita omosessualità e l'adesione al cristianesimo.

La Cassazione ora annulla con rinvio la pronuncia della Corte d'appello,
affermando che la sentenza del Tribunale di Trieste del 2008, la quale ha
accertato «il diritto del ricorrente a non essere espulso dal territorio
nazionale», ha ormai assorbito ogni altra questione, essendosi formato il
giudicato sull'esistenza di ragioni ostative dell'espulsione, con conseguente
diritto al rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari.



3. La prima questione degna di interesse è come l'omosessualità può costituire
una causa di persecuzione ai fini della protezione internazionale.

Essa non è infatti indicata nel ricordato art. 19.1 T.U. immigr. Nondimeno, si
tratta di una «catch-all provision», contenente un elenco che deve essere
interpretato in maniera dinamica, alla luce dell'evoluzione della società, e
che quindi non può essere inteso come esaustivo. In particolare,
nell'espressione «ragioni personali o sociali» può indubbiamente essere
inserita la condizione di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali. In almeno
76 Paesi del mondo l'omosessualità è punita con pene severe, in 7 con la pena
di morte.

La criminalizzazione dei rapporti tra persone dello stesso sesso è certamente
una manifestazione del fatto che, in quello Stato, le persone omosessuali sono
oggetto di persecuzione. Non occorre che le norme in parola siano
effettivamente applicate oppure no: è sufficiente che esse siano semplicemente
suscettibili di applicazione.

Difatti, come chiarisce l'Agenzia dell'ONU per i rifugiati in tema di
valutazione delle domande di protezione avanzate da persone omosessuali e
transessuali, «una legge può essere persecutoria di per sé quando riflette
norme sociali o culturali irrispettose dello standard internazionale dei
diritti umani» (UNHCR, Guidance Note on Refugee Claims relating to Sexual
Orientation and Gender Identity, Ginevra, 21 novembre 2008). Il concetto di
«persecuzione», quindi, anche per quanto riguarda la nostra legge interna, deve
rifarsi non (sol)tanto all'effettiva esecuzione di misure sproporzionate o
arbitrarie rispetto al delitto considerato, ma anche e soprattutto alla
presenza di pregiudizi normativamente sanzionati (c.d. «omo/transfobia
istituzionale», sulla quale v. Lingiardi, Citizen Gay. Famiglie, diritti negati
e salute mentale, Milano, 2007, 46).

Tale approccio è inoltre conforme al dato normativo attuale. Infatti, la
Direttiva del 13-12-2011, n. 95/2011/UE (che sostituisce la precedente
Direttiva del 29-4-2004, n. 2004/83, attuata in Italia con D.Lgs. 19-11-2007,
n. 251), dopo aver chiarito che «[p]er la definizione di un determinato gruppo
sociale, occorre tenere debito conto [...] l'identità di genere e
l'orientamento sessuale, che possono essere legati a determinate tradizioni
giuridiche e consuetudini» (cons. 30), stabilisce che «[i]n funzione delle
circostanze nel paese d'origine, un particolare gruppo sociale può includere un
gruppo fondato sulla caratteristica comune dell'orientamento sessuale».

Al riguardo, per quanto qui interessa deve ritenersi nettamente superata, sui
piani sia normativo sia giurisprudenziale, la pronuncia della Cassazione del
14.04.2007, n. 16417 (in Dir. fam., 2008, 55, nota Negro; in Guida dir., 2007,
34, 49; in Nuova giur. civ. comm., 2008, 271, nota Pizzorno), che aveva
distinto tra norme penali che incriminano «l'ostentazione delle pratiche
omosessuali non conformi al sentimento religioso pubblico» da un lato, e norme
penali che puniscono l'omosessualità in quanto tale dall'altro, rilevando la
possibilità di assicurare protezione solo nel secondo caso.

Si fa oggi giustizia di questa distinzione inconsistente. Anzitutto, non
esiste una legge che punisce l'essere omosessuali di per sé. Esistono invece
norme incriminatrici di condotte sessuali derivanti dal fatto di essere
omosessuali, le quali incidono direttamente sull'esercizio di un diritto
individuale, precisamente quello al rispetto della vita privata, ponendo le
persone di fronte a un bivio: «[o] rispettano la legge e si astengono dal dare
corso, anche in privato e con adulti consenzienti, ad atti sessuali proibiti
verso i quali esse sono disposte in ragione delle loro tendenze [sic]
omosessuali, ovvero commettono tali atti e diventano così passibili di sanzione
penale» (Corte eur. dir. um., 22.10.1981, Dudgeon c. Regno Unito, in Foro it.,
1982, 177, § 41).

Inoltre, è evidente che «quando la condotta omosessuale viene sanzionata
penalmente, questa dichiarazione di per se stessa è un invito ad assoggettare
le persone omosessuali a discriminazione sia nell'ambito pubblico sia in quello
privato» (Corte suprema USA, Lawrence v. Texas, 539 U.S. 558, 575). Per queste
ragioni, trattandosi di leggi i cui effetti «collaterali» vanno ben al di là
della semplice condotta, la distinzione adombrata in passato dalla Cassazione
non ha ragion d'essere e deve considerarsi oggi completamente superata. Ciò è
del resto in linea con la giurisprudenza maggioritaria delle commissioni
territoriali, per la quale la criminalizzazione è qualificata già di per sé
come una limitazione all'esercizio di un diritto umano, e dunque come
persecuzione.



4. La seconda questione che qui interessa approfondire è data dalla
valutazione della credibilità del richiedente protezione internazionale. Come
si dimostra di essere omosessuali? Il quesito è tutt'altro che irrilevante
(cfr. Jansen, Spijkerboer, Op. cit., 49-66), dal momento che l'orientamento
sessuale è una caratteristica invisibile o comunque suscettibile di essere
tenuta nascosta. Essa potrebbe pertanto essere usata per ottenere una
protezione in realtà ingiustificata.

A tale proposito, nella già citata pronuncia n. 16417/2007 la Cassazione aveva
precisato che «occorre dare la dimostrazione di una omosessualità dichiarata,
la quale pure potrebbe provarsi con il ricorso alla prova orale». Questa
statuizione concede agli organi preposti - vale a dire ai giudici, ma anche
alle commissioni territoriali - una discrezionalità pressoché totale in
relazione a elementi che in realtà esprimono a loro volta stereotipi diffusi
sulle persone omosessuali.

Si pensi al fatto che un ricorrente risulti sposato con una persona di sesso
diverso o abbia figli nel Paese d'origine, elemento tutt'altro che indicativo
dell'eterosessualità del richiedente rifugio (così UNHCR, Guidance Note, cit.,
§ 36). Al riguardo, basti osservare che il problema non ruota solo attorno al
ricorrente, ma coinvolge soprattutto il giudicante, organo tutt'altro che
scevro da sentimenti negativi inconsci (c.d. «aversive prejudice»), in primo
luogo la paura di un flusso eccessivo di stranieri, o di immigrati omosessuali,
come dimostra l'uso recente del test fallometrico in certi Paesi europei
(reazioni fisiche a immagini pornografiche).

Se i giudici, in quanto esseri umani, soffrono di tale condizione, ciò vale
ancor di più per le commissioni territoriali, oberate di lavoro (40 persone
sull'intero territorio nazionale sono chiamate ad affrontare 31.000 domande di
asilo, dati del 2009 alla mano!) e spesso poco propense a valutare a fondo la
«storia» personale del richiedente. Anzi, il giudice americano Richard A.
Posner ci ricorda che i giudici dell'immigrazione sono «arbitrari, irrazionali,
pieni di contraddizioni e disinformati» (v. Cox, Deference, Delegation and
Immigration Law, in 74 Univ. Chicago Law Rev., 2007, 1671, 1679).

Qui, allora, più che un problema di diritto, si pone un problema di traduzione
di esperienze sul piano cognitivo, che richiede indubbiamente un'approfondita
preparazione degli uffici preposti, anche attraverso adeguati corsi di
formazione (come del resto raccomanda la stessa UNHCR, Guidande Note, cit., §
37).

In un certo senso, la semplice esistenza di norme incriminatrici di rapporti
tra persone dello stesso sesso nello Stato d'origine dovrebbe rappresentare un
correttivo a questa situazione, ma essa può non valere in tutti i casi, ad
esempio se le leggi in questione sono state abrogate e nondimeno perdura una
situazione di violenza diffusa nei confronti di gay e lesbiche, oppure se si
sono verificati episodi di discriminazione. La preparazione dell'organo
giudicante, sia esso amministrativo o giudiziario, è quindi a maggior ragione
essenziale.



5. A restare del tutto fuori dal caso è l'altra questione, anch'essa
interessante, della discrezione delle persone nel vivere la loro omosessualità.
L'argomento principe usato a tal riguardo è che gay e lesbiche potrebbero
agevolmente sottrarsi alla persecuzione negando la loro omosessualità ed
adeguandosi a comportamenti tipicamente eterosessuali (atteggiamento denominato
in letteratura «passing» o «disidentificazione», sul quale v. per tutti
Yoshino, Covering. The Hidden Assault On Our Civil Rights, New York, 2006, 49-
73).

Non è questa la sede per entrare nel dettaglio del diritto al coming out (per
una trattazione completa v. la nostra nota in Corr. giur., 2011, 1375). Appare
qui tuttavia sufficiente evidenziare che la questione non è se si possa o meno
celare il proprio orientamento sessuale, bensì perché si dovrebbe imporre a
qualcuno di farlo. Vista da questa angolatura, la disciplina della protezione
internazionale rappresenta lo strumento attraverso il quale si riconosce alle
persone di vivere liberamente il proprio orientamento sessuale senza temere di
patire un danno in virtù di una loro caratteristica personale. Del resto, in
questo ambito la protezione non esprime solo una necessità di giustizia, ma
rivela altresì un'esigenza di uguaglianza, perché ciò che si chiede per
l'orientamento sessuale, a ben riflettere, non lo si chiede per altre
caratteristiche come le opinioni politiche e la religione, che sono sì
modificabili da parte dell'interessato, ma vengono nondimeno tutelate in modo
pieno.



6. Degna di nota nella sentenza in commento è, infine, l'astratta unificazione
dei procedimenti riguardanti immigrati omosessuali. Troviamo anzitutto il
procedimento (amministrativo) di espulsione, il quale può dar luogo a
un'opposizione da parte dell'intimato in virtù del ricordato art. 19.1 T.U.
immigr., che vieta l'espulsione (o il respingimento alla frontiera) per ragioni
di persecuzione; in secondo luogo abbiamo il procedimento (penale) per
permanenza illegale nel territorio dello Stato in violazione dell'ordine di
espulsione (art. 14.5-ter T.U. immigr.); infine, vi è il procedimento
(amministrativo) di protezione internazionale, che coinvolge le commissioni
territoriali ed eventualmente l'autorità giudiziaria (D.Lgs. 28-01-2008, n.
25).

Nella sentenza in epigrafe i tre procedimenti, diversi per natura e finalità,
si uniscono in un'unica considerazione: la prevalenza, nei confronti degli
altri, del giudicato rilasciato in uno di essi. Ove venga accertato in via
definitiva che un immigrato è meritevole di protezione o non suscettibile di
espulsione perché omosessuale, gli organi dello Stato sembrano doversi piegare
a tale determinazione.

In ciò forse risiede l'autentica novità di questa pronuncia: la riscoperta di
una rinnovata armonia dell'ordinamento nello spirito della protezione
internazionale degli stranieri che soffrono persecuzioni e discriminazioni in
ragione del loro orientamento sessuale nel loro Paese, e sperano di trovare un
rifugio sicuro nel nostro.

Fonte: http://www.penalecontemporaneo.it/area/3-societa/-/-/1657-
la_vi_sezione_civile_della_cassazione_torna_sul_tema_della_protezione_internazionale_per_orientamento_sessuale/

Pubblicato da Lorenzo Bernini

QUESTURA DI MILANO CONFERMA L'ORIENTAMENTO DEL TRIBUNALE DI REGGIO EMILIA: IL CONIUGE DELLO STESSO SESSO DI UN CITTADINO EUROPEO HA IL DIRITTO DI RISIEDERE LEGALMENTE IN ITALIA

Comunicato stampa dell'associazione radicale Certi Diritti

Roma, 31 agosto 2012

Il 30 agosto 2012 la Questura di Milano ha rilasciato, nello stesso giorno in
cui è stato richiesto, il permesso di soggiorno al coniuge serbo dello stesso
sesso di un cittadino italo-canadese in base alle norme sulla libera
circolazione dei cittadini europei e i loro famigliari.

Adrian e Djiordje si sono sposati in Canada nel 2009 ma da qualche tempo
risiedono in Italia. Seguiti dall'Associazione Radicale Certi Diritti hanno
presentato la richiesta di permesso di soggiorno alla Questura di Milano, che
già lo aveva concesso nel maggio scorso ad una coppia seguita da Rete Lenford,
ottenendone l'immediata consegna.

L'orientamento della Questura è così stato confermato: il coniuge dello stesso
sesso, a prescindere dal non riconoscimento del matrimonio contratto all'
estero, ha comunque il diritto di risiedere regolarmente in Italia perché
considerato famigliare di cittadino comunitario in base alle norme sulla libera
circolazione in Europa, recepite in Italia con il d.lgs. n. 30/2007, e ai
pronunciamenti della Corte europea dei diritti dell'uomo sull'argomento.
Ricordiamo, infatti, che le linee guida emanate dalla Commissione europea per
una migliore trasposizione della direttiva sulla libera circolazione, n.
2004/38 (COM 2009 - 313), sottolineano che "ai fini dell'applicazione della
direttiva devono essere riconosciuti, in linea di principio, tutti i matrimoni
contratti validamente in qualsiasi parte del mondo", mentre vengono
espressamente menzionate le sole eccezioni dei matrimoni forzati e dei
matrimoni poligami.

Inoltre l'art. 9 della Carta europea dei diritti fondamentali, in vigore dal 1
dicembre 2009 in quanto recepita dal Trattato europeo di Lisbona, individua in
capo a ogni persona "il diritto di sposarsi e di costituire una famiglia",
senza più richiedere il requisito della la diversità di sesso, come invece
faceva l'art. 12 della Convenzione europea dei Diritti dell'Uomo.

Yuri Guaiana, segretario dell'Associazione Radicale Certi diritti dichiara:
"La decisione della Questura di Milano rinforza la sentenza del Tribunale di
Reggio Emilia che nel febbraio scorso, per la prima volta in Italia, aveva
decretato, in accoglimento del ricorso dell'Associazione Radicale Certi
Diritti, il rilascio del permesso di soggiorno per un ragazzo uruguayano
regolarmente sposato in Spagna con un italiano. La Questura di Rimini, che dal
17 maggio 2012 sta bloccando il rilascio del permesso di soggiorno ad un
cittadino cubano sposato in Spagna da un italiano, dovrebbe prendere esempio.
Sarebbe anche ora che questa contraddizione per la quale si rilasciano permessi
di soggiorno per motivi famigliari a coniugi dello stesso sesso, senza che il
loro matrimonio contratto all'estero venga riconosciuto in Italia si risolva
con il ritiro della Circolare Amato del 2007 n. 55 che vieta ai Comuni la
trascrizione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso contratti all'estero
anche da cittadini italiani per ragioni di 'ordine pubblico', materia peraltro
non applicabile al diritto di famiglia come ribadito ripetutamente dalla Corte
di Cassazione. E' tempo che il governo permetta ai coniugi dello stesso sesso
di vedere pienamente riconosciuto il proprio stato civile in Italia".

Pubblicato da Lorenzo Bernini
Fonte: http://www.certidiritti.it/notizie/comunicati-stampa/item/1569-questura-
di-milano-conferma-lorientamento-del-tribunale-di-reggio-emilia-il-coniuge-
dello-stesso-sesso-di-un-cittadino-europeo-ha-il-diritto-di-risiedere-
legalmente-in-italia