La Norvegia respinge L'asilo politico ad Iracheno

L'Alta Corte di Oslo ha respinto la richiesta di asilo politico di Azad Hassan Rasol, un 33enne iracheno che vive in Norvegia con il proprio compagno. "Non corre pericoli se non si dichiara"
Secondo l'Alta Corte, nel nord dell'Iraq, di etnia curda, i gay non vengono assassinati, come nel resto del paese, ma subiscono pene meno gravi. La corte, di conseguenza, ha invitato il giovane omosessuale a non manifestare pubblicamente la propria inclinazione sessuale, una volta deportato: in tal modo, secondo i giudici, eviterà qualsiasi forma di persecuzione.

Leggi contri i gay: accolto appello dei Radicali al neo Ministro degli Esteri

Leggi contri i gay: accolto appello dei Radicali al neo Ministro degli Esteri
Leggi omofobe in Nigeria e Camerun: Ministro degli Esteri italiano risponde ad una lettera dell'Associazione Certi Diritti su impegno Ue per rispetto diritti umani
Domenica 25 Dicembre 2011
Fonte Associazione Radicale Certi Diritti
Ministro degli Esteri del Governo italiano, On. Giulio Sterzi di Sant’Agata, ha risposto ad una lettera inviata nei giorni scorsI dal Segretario dell’Associazione Radicale Certi Diritti, Yuri Guaiana e dal  Senatore Radicale-Pd Marco Perduca, nella quale si sollecitava un intervento urgente nei confronti della Nigeria e del Camerun che recentemente hanno attivato nei loro paesi gravi forme persecutorie nei confronti delle persone omosessuali. Il Ministro degli Esteri nella lettera ha segnalato che in Nigeria, subito dopo l’approvazione da parte del Senato del Bill anti-omosessualità si è attivata la sede di Rappresentanza dell’Unione Europea che, insieme all’Ambasciatore Usa, ha sollecitato le Commissioni Giustizia e Diritti Umani al rispetto delle convenzioni internazionali e di quanto prevede la stessa Costituzione nigeriana. Il Ministro degli Esteri italiano ha altresì segnalato che riguardo il Camerun, dove è in corso una revisione di legge che inasprirebbe le pene per la comunità Lgbt, e dove sono stati condannate recentemente tre persone omosessuali a cinque anni di prigione, c’è stato, in rappresentanza degli ambasciatori europei, un intervento del Capo Delegazione dell’Unione Europea nei confronti del Primo Ministro nel quale gli si esprime viva preoccupazione e si segnala che i prossimi aiuti saranno vincolati al rispetto delle convenzioni internazional. Già negli incontri Ue-Camerun erano stati fatti interventi in tal senso, richiamando alla necessità del rispetto dei diritti umani dei cittadini

Nigeria – ‘La religion est derrière des persécutions homophobes en Afrique’


L'un des militants des droits de l'homme les plus connus d'Afrique, dit religion est très derrière du Nigeria interdisant les récentes des unions de même sexe, qui pourrait signifier une durée de 14 ans de prison pour toute personne reconnue coupable de conclure un contrat de mariage gay.

Da il Gazzettino.it


Martedì 20 Dicembre 2011,
Un passato difficile, che vede come ingredienti anche l’alcol e il carcere per alcuni reati, una vicenda complessa, costellata di carte bollate. Oggi un quarantenne tunisino residente a Udine è al Cie di Gradisca, dove è entrato il 15 dicembre scorso, e rischia l’espulsione. C’è un decreto che la dispone. Ma per lui, che si dichiara omosessuale e convertito dall’Islam alla fede cristiano-evangelica, essere rimpatriato sarebbe «la peggior condanna», come ha scritto lui stesso in un testo di ottobre scorso. «Ho sbagliato, ho pagato e sto ancora pagando. Cosa devo fare ancora per essere risparmiato da tutte le umiliazioni che mi aspettano se tornerò al mio Paese? Accetto la mia condanna, se mi sarà permesso di vivere qui; ma se proprio dovete condannarmi, vi chiedo di non mandarmi via: sarebbe la peggior condanna», ha scritto. «Il mio obiettivo - ha messo su carta - è di finire la mia cura, il mio programma di recupero. Sono tornato in Friuli e in Italia per questo».
Le persone che gli sono vicine, convinte che il ritorno in Tunisia per lui sarebbe rischioso, lanciano un appello chiedendo che non venga rimandato in patria «fino a quando non ci sarà la decisione finale della Corte di Cassazione, a cui è stato fatto ricorso contro la revoca del permesso». Qualche mese fa, infatti, la Corte d’appello di Trieste ha annullato la sentenza con cui qualche mese prima il Tribunale gli aveva concesso un permesso di soggiorno umanitario, che il tunisino aveva chiesto dicendo che, se fosse tornato nel suo Paese, sarebbe stato perseguitato perché omosessuale. Secondo la Procura di Trieste (che aveva impugnato il pronunciamento), però, la sua omosessualità sarebbe solo presunta e non nota in Tunisia e quindi non lo esporrebbe a nessun pericolo.
Saltata la "copertura" assicurata dal permesso, si è arrivati all’attuale epilogo, che vede il tunisino a Gradisca e un suo caro amico a lottare a Udine con tutte le sue forze, per cercare di evitarne il rimpatrio. L’amico sostiene che il tunisino chiede «di poter proseguire il suo impegno nel dare una stabilità alla sua vita, prospettiva di riscatto che ha trovato per la prima volta proprio in questo ambiente sociale». E, a dimostrare che risultati abbia ottenuto, l’amico cita le parole messe su carta da chi lo ha in cura nelle strutture sanitarie, da chi lo segue negli studi per raggiungere la licenza media, da chi lo ha visto lavorare in ristorante e da chi lo ha seguito nel suo percorso di fede, nella chiesa evangelica.
Della vicenda si è interessato anche il Comune di Udine. Anche recentemente c’è stato un incontro su questo tema, in cui è stato esaminato il caso del quarantenne nordafricano. Come spiega il sindaco, Furio Honsell, «abbiamo approfondito con la Questura la vicenda che riguarda quest’uomo, ma purtroppo non c’erano margini per poter intervenire, in quanto comunque la sentenza è stata pubblicata». Honsell rammenta che «abbiamo cercato di seguirlo con il nostro Ufficio stranieri, ma la legge va rispettata. Non l’abbiamo neanche applicata noi. Siamo dispiaciuti che questo sia l’esito del percorso, però, se questo è l’esito dell’applicazione della legge, alla legge bisogna sottostare».
Cdm

Disagio doppio se il migrante è gay: a Palermo nasce lo sportello di assistenza


La migration» si batte per i diritti degli stranieri lgbt: «Vogliamo far sapere a tutti che ci siamo anche noi»

PALERMO – Vivere la propria sessualità è difficile per un migrante, spesso schiacciato da leggi restrittive nei paesi di provenienza e dai pregiudizi nei luoghi di arrivo. Nasce «La migration» un nuovo punto di riferimento per la comunità omosessuale siciliana e non solo. Il 20 novembre, alle 19, sarà inaugurato a Palermo, al Blow Up, in piazza Sant’Anna 18, lo sportello per migranti lgbt. «È il primo sportello del centro e sud Italia – precisa Daniela Tomasino, presidente Arcigay Palermo – gli altri sono solo a Milano e Verona. Lavoriamo affinché i diritti di lesbiche, gay, transgender, bisessuali e dei migranti, siano semplicemente diritti della persona».
LA GESTIONE - Lo sportello, gestito da Arcigay Palermo e dall’associazione Diaria, con la collaborazione di alcuni esponenti dell’Unione mediatori professionisti, avrà sede presso il Blow Up tutte le domeniche pomeriggio. Un lavoro iniziato tre mesi fa, con una fase preparatoria per la raccolta di contatti e per la formazione dei volontari. A promuoverlo c’è Ana Maria Vasile. Originaria del nord est della Romania, è arrivata dodici anni fa a Palermo, dove lavora da tre anni come mediatrice interculturale. «Ho vissuto sulla mia pelle il doppio disagio – spiega Ana Maria Vasile, responsabile dello sportello – quello di essere immigrata e omosessuale. Così ho provato ad affrontare questa discriminazione offrendo un servizio ai migranti che vivono Italia. La Sicilia è un crocevia fondamentale nel Mediterraneo, soprattutto per gli sbarchi a Lampedusa. In molti provengono dall’Africa, dove esistono misure severe, fino alla pena di morte, per gli omosessuali. L’immigrato lgtb che arriva in Italia vive una doppia emarginazione, sia all’interno della propria comunità locale che non ne riconosce i diritti, sia tra gli italiani, poiché straniero. Noi lavoriamo alla realizzazione di questa doppia integrazione, oltre a offrire un sostegno legale e umano. Vogliamo far sapere a tutte le comunità di Palermo che ci siamo». Tra gli obiettivi dell’iniziativa c’è quello di promuovere attività di animazione e di confronto anche al di fuori dello sportello, nelle comunità di appartenenza degli immigrati o presso le istituzioni, per dare risposte adeguate a un migrante omosessuale o trans.
(fonte Comunicare il Sociale)
16 novembre 2011

Rapimenti Correttivi delle lesbiche: Il Governo Sudafricano si mobilita


IL GOVERNO SUDAFRICANO FINALMENTE SI MOBILITA CONTRO I RAPIMENTI E STUPRI CORRETTIVI
DELLE LESBICHE
Il Governo Sudafricano tramite il portavoce del governo di Jimmy Manyi, in una conferenza stampa ufficiale ha condannato ufficialmente la gravissima piaga dello “Stupro correttivo” delle donne lesbiche. Dopo una riunione di Gabinetto convocata appositamente, la pratica dello “Stupro correttivo” delle lesbiche è stata definita un’epidemia. Il governo Sudfricano perseguirà in maniera decisa e dura con apposite azioni di polizia, questa intollerabile e violenta pratica criminale che ha seminato terrore fra le donne lesbiche sudafricane.
Da mesi le organizzazioni LGBT stanno chiedendo con manifestazioni, proteste e petizioni internazionali, l’intervento del governo e delle forze di polizia per fermare questa piaga. Questa pratica violenta viene messa in atto anche da parenti e conoscenti per “correggere” l’orientamento sessuale delle giovani ragazze. Una pratica di gruppo che ha già causato migliaia di vittime, diverse delle quali sono rimaste uccise, altre traumatizzateper sempre.
Il governo mobiliterà i dipartimenti di polizia in tutto il paese per segnalare, reprimere, scovare e condannare in maniera severa gli autori di questa barbarica pratica.

LA PROTEZIONE INTERNAZIONALE PER ORIENTAMENTO SESSUALE E IDENTITA’ DI GENERE


Convegno internazionale – Palermo, Villa Zito, 25-26 novembre 2011
Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano
ha conferito al convegno
una propria targa di rappresentanza


con il patrocinio di:
  • Camera dei Deputati
  • Consiglio Nazionale Forense
  • Scuola Superiore dell’Avvocatura, fondazione del Consiglio Nazionale Forense;
  • Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati;
  • Regione Sicilia;
  • Università degli studi di Palermo;
  • Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR), che ha riconosciuto l’iniziativa di rilievo nell’ambito delle attività di prevenzione e contrasto delle discriminazioni;
  • Osservatorio della Polizia di Stato per la sicurezza contro gli atti discriminatori (OSCAD);
  • Fondazione Banco di Sicilia;
  • Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI);
  • Consiglio Italiano per i Rifugiati (CIR);
  • European Network against racism (ENAR);
con la partecipazione del Servizio centrale del Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR) dell’ANCI.

TEMA DEL CONVEGNO

Il Convegno si propone di analizzare normativa, giurisprudenza e prassi applicative, italiane ed europee, relative alla protezione internazionale (status di rifugiato e protezione sussidiaria) per le persone omosessuali, bisessuali, transessuali e intersessuali (LGBTI) in ragione del loro orientamento sessuale o della loro identità di genere.
Verranno illustrati i principi fondamentali della disciplina relativa allo status di rifugiato e alla protezione sussidiaria, derivanti dal diritto internazionale, comunitario e nazionale, con particolare riferimento alla tutela offerta in caso di persecuzioni o danni gravi nei confronti delle persone LGBTI e quindi determinati dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere.
Verranno poi illustrati i risultati del progetto di ricerca europeo Fleeing Homophobia, di cui Avvocatura è stata partner, che ha esaminato normativa, giurisprudenza e prassi applicative nei Paesi europei. Il report finale del progetto, tradotto in italiano, si può liberamente scaricare da questa pagina.
Verranno infine trattati gli importanti aspetti pratici relativi all’audizione della/del richiedente la protezione internazionale, alla preparazione della domanda e ai profili, anche deontologici forensi, relativi al rapporto con la/il cliente richiedente protezione internazionale e al gratuito patrocinio a spese dello Stato.

Il Convegno si rivolge a avvocate/i, magistrati, rappresentanti delle commissioni per la protezione internazionale, forze dell’ordine, rappresentanti delle istituzioni e delle associazioni che assistono le/i richiedenti asilo.
Per gli avvocati e le avvocate non iscritti/e all’associazione la quota di iscrizione è di 10 euro a copertura delle spese di segreteria. È stato richiesto il riconoscimento dei crediti formativi per i partecipanti al convegno.
E’ possibile iscriversi compilando il form sottostante
Il convegno sarà ospitato presso Villa Zito, sede della Fondazione del Banco di Sicilia

Via Della Libertà n. 52.

PROGRAMMA
VENERDÌ 25
14.00 – 14.30
Saluti e introduzione dei lavori

14.30 – 16.30
Introduzione al diritto della protezione internazionale.
Andrea ROMITO,
magistrato ordinario presso il Tribunale di Enna

Protezione internazionale e orientamento sessuale o identità di genere.
Matteo WINKLER,

avvocato e professore a contratto presso l’Università Bocconi di Milano

Fleeing Homophobia. Presentazione dei risultati della ricerca europea: Giurisprudenza, prassi e raccomandazioni.
Thomas SPIJKERBOER,
professore di diritto delle migrazioni presso l’Università Vrije di Amsterdam, responsabile della ricerca (in inglese con traduzione)

Discussione
16.30 – 17.00
Coffee break

17.00 – 19.00
Fleeing Homophobia. Presentazione dei risultati della ricerca:
Giurisprudenza e prassi in Italia.
Simone ROSSI,
avvocato in Verona

Giurisprudenza e prassi nel Regno Unito.
S CHELVAN,
barrister presso la Chamber n. 5 di Londra (in inglese con traduzione)

La protezione internazionale per orientamento sessuale e identità di genere secondo l’UNHCR: strumenti applicativi e linee di tendenza.
Helena BEHR,
rappresentante dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati

Discussione
SABATO 26
9.30 – 11.15

L’audizione di persone lesbiche, gay, bisessuali, trans e intersessuali per il riconoscimento della protezione internazionale.

Workshop con simulazione di intervista condotto da
Cristina FRANCHINI,
componente UNHCR della Commissione Territoriale di Siracusa per il Riconoscimento della Protezione Internazionale.

Il riconoscimento in Italia del diritto d’asilo in ragione del proprio orientamento sessuale o dell’identità di genere attraverso l’esperienza di due persone che l’hanno richiesto.
Intervento di una persona gay
Intervento di una persona transessuale

Discussione
11.15 – 11.30
Coffee break

11.30 -13.30
La preparazione della domanda di protezione internazionale e il supporto ai richiedenti asilo LGBTI. Una panoramica sui casi affrontati e le prospettive di accoglienza.
Maria Silvia OLIVIERI,
rappresentante del Servizio centrale SPRAR;
Giorgio DELL’AMICO,
esperto di immigrazione, referente immigrazione ed asilo Arcigay Nazionale.

Il rapporto tra l’avvocato e il richiedente la protezione internazionale LGBTI: aspetti deontologici e problematiche del patrocinio a spese dello Stato.
Maurizio COSSA,
avvocato in Torino, socio A.S.G.I.

Discussione
Fonte

Omosessuali perseguitati in patria? Si all’asilo politico


Roma – 10 novembre 2011 – In patria non potevano vivere liberamente la loro omosessualità, rischiavano persecuzioni, arresti, anche la pena di morte. Ora potranno rimanere al sicuro in Italia.
Si è conclusa bene la vicenda di un egiziano, un iraniano e una libica che nei mesi scorsi avevano chiesto asilo nel nostro Paese. Le commissioni territoriali di Milano e Gorizia che hanno esaminato le domande hanno accordato loro lo status di rifugiato, dimostrando ancora una volta che non ci sono solo guerre e persecuzioni politiche a giustificare la concessione della protezione internazionale.
I tre ragazzi sono stati seguiti dal Progetto IO (“Immigrazioni e Omosessualità”) promosso a Milano da Arcigay, Arcilesbica, Ala Onlus e altre associazioni attive nell’immigrazione, che segue diversi casi di questo tipo (e-mail  progettoio@arcigaymilano.org ). “Questi risultati ci lasciano fiduciosi per il raggiungimento di altri riconoscimenti analoghi”, scrivono i volontari in una nota.
“Aiutiamo i richiedenti asilo a mettere insieme la loro storia personale, ciò che li ha spinti a cercare protezione, evidenziando quindi gli aspetti legati al loro orientamento sessuale. Costruiamo poi un dossier sui Paesi d’origine e questo materiale viene utilizzato dalla commissione territoriale per valutare la domanda d’asilo“ dice uno dei responsabili del Progetto IO, Diego Puccio.
I migranti omosessuali hanno la strada in salita. “Qui sono doppiamente discriminati, come immigrati e come omosessuali. Se fanno coming out, perdono l’appoggio della loro comunità, cioè la rete che di solito aiuta a trovare lavoro e alloggio o ad andare avanti nei momenti di difficoltà. Senza contare che ciò che succede qui viene subito comunicato alle famiglie in patria” sottolinea Puccio.
Di qui la necessità di trovare appoggi al di fuori della comunità. “È cresciuta molto, in questi anni, l’attenzione delle associazioni verso gli immigrati gay, lesbiche, bisessuali e transgender. Esperienze simili a quella del progetto Io di Milano stanno prendendo piede anche nel resto d’Italia” dice Giorgio Dell’Amico, responsabile immigrazione e asilo di Arcigay.
A fine mese, a Palermo, ci sarà un convegno dedicato alla “Protezione internazionale per orientamento sessuale e identità di genere”, organizzato dalla Rete Lenford. Un tema molto attuale: “Le commissioni territoriali – conferma Dell’Amico – sono sempre più sensibili nella valutazione di casi di omosessuali che fuggono dalle persecuzioni nei Paesi d’origine. Quando le situazioni sono chiare, non esitano ad accordare lo status di rifugiato o la protezione sussidiaria”.
Elvio Pasca

Botswana, presidente Mogae: ‘L’omosessualità? Un diritto. Da non condannare’

Gaborone – Il presidente del Botswana, Festus Mogae, si e’ dichiarato favorevole alla depenalizzazione dell’omosessualita’ nel suo paese. In Botswana, l’articolo 165 del Codice consente di condannare gli omosessuali. Mogae ha giustificato questa svolta con la necessita’ di combattere l’Aids, il cui tasso di prevalenza sfiora il 17%, uno dei piu’ alti al mondo. “Non la capisco”, ha detto il presidente botswanese, riferendosi all’omosessualita’, “ma i gay vanno considerati come gli altri cittadini”. Le dichiarazioni di Mogae hanno trovato eco in Zimbabwe, dove anche il primo ministro Morgan Tsvangirai si e’ detto pronto a depenalizzare l’omosessualita’ e a difendere i diritti dei gay. “In Africa e’ un tema controverso”, ha dichiarato Tsvangirai, “spero che la Costituzione consentira’ a ciascuno di noi di scegliere il proprio orientamento sessuale, a patto che non nuoccia agli altri. Personalmente, lo considero un diritto umano”. Con la depenalizzazione dell’omosessualita’, Tsvangirai sfrutta l’ennesima opportunita’ per distinguersi dal suo eterno rivale, il presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe, da sempre in prima linea contro l’omosessualita’”

“Reato di omosessualità”, giovane condannato all’impiccagione in Iran


Secondo la sharia essere gay costituisce una violazione diretta della legge di Allah che va punita con la pena di morte
Colpevole di omosessualità: questa la ragione per la quale un ragazzo di 25 anni è stato condannato a morte e impiccato a Marvdasht, nella regione iraniana di Fars. L’esecuzione è avvenuta mercoledì scorso. A riferirlo oggi al sito ufficiale della tv iraniana ‘Irib’ è stato il procuratore generale della città, Qolamhossein Ciaman-sara, che però non ha rivelato il nome della vittima. Secondo il codice penale islamico sciita attualmente in vigore nella Repubblica islamica dell’Iran, il rapporto omosessuale, così come l’adulterio, viene punito con l’impiccagione o con la lapidazione. La sharia, infatti, considera l’omosessualità una violazione diretta della legge di Allah e per questo deve essere punito con la pena di morte. La notizia che riguarda il 25enne non rappresenta, però, un caso isolato: secondo alcuni siti di opposizione, infatti, negli ultimi anni per il “reato di omosessualità” sono stati impiccati nel Paese guidato da Mahmoud Ahmadinejad decine di uomini.
Un precedente non troppo lontano nel tempo c’era stato nel 2007, quando un 20enne fu condannato per aver commesso violenze nei confronti di tre minorenni quando aveva, secondo l’accusa, solo 13 anni di età. L’uomo venne impiccato nonostante le denunce nei suoi confronti fossero state ritirate. A nulla valse la mobilitazione internazionale che ci fu in sua difesa. Due anni prima, nel luglio del 2005, due ragazzini, uno di 18 anni e l’altro minorenne, furono condannati a morte per reati di “sodomia” dopo 16 mesi di detenzione in carcere.

Ghana, ministro locale ordina l’arresto di tutti i gay


“Il Ministro per la zona occidentale del Ghana, Paul Evans Aidoo, ha ordinato l’arresto di tutte le persone omosessuali nella sua zona di competenza”. Lo denunciano, in un appello alla Comunità internazionale, i co-presidenti dell’organizzazione per i diritti umani EveryOne Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Piccoau.
“L’offensiva governativa anti-gay – continuano gli attivisti – è conseguente alla campagna omofoba portata avanti dal Consiglio Cristiano del Ghana, che ha attaccato duramente e pubblicamente la comunità LGBT (Lesbian, gay, bisexual, and trans gender) a più riprese. Purtroppo, come dimostra il caso dell’Uganda, molte comunità cristiane promuovono omofobia in Africa, nonostante gli appelli alla tolleranza promossi dalla società civile”.
Riferendosi alla presenza di omosessuali nel Ghana, il ministro ghanese ha ripetutamente dichiarato che “dobbiamo impegnarci con tutte le forze per estirpare queste persone dalla nostra società”. Secondo i quotidiani locali ha inoltre chiesto ai cittadini della regione da lui governata di denunciare alle autorità tutte le persone sospettate di comportamenti omosessuali.
Mac-Darling Cobbinah, leader del Centre for Popular Education and Human Rights, ha respinto le richieste del ministro, giudicandole improponibili: “Cone si fa ad arrestare la gente sulla base di semplici sospetti”, ha domandato retoricamente durante un’intervista alla BBC.
Ha poi continuato: “Paul Evans Aidoo sta istigando all’odio e vuole dividere la società emarginando ancora di più I gay che rischiano di essere attaccati o ricattati. Un ministro che persegue questi obbiettivi non aiuta la società a crescere”
Mentre le comunità cristiane hanno chiesto alla gente di non votare quei politici che lottano per i diritti dei gay, il gruppo EneryOne ha lanciato un appello all’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani, al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, al Parlamento europeo e alla Commissione dell’Unione Europea perché prendano posizione “che scongiuri nuove escalation di violenza omofoba, nonché il perpetrarsi di gravi violazioni dei diritti fondamentali di persone LGBT nel Paese sub-sahariano.
Malini, Pegoraro e Picciau concludono rivolgendosi “a coloro che hanno rappresentato e rappresentano tuttora egregiamente il Ghana in politica estera, come il diplomatico ex segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, il Giudice della Corte penale internazionale Akua Kuenyehia e l’ex presidente ghanese Jerry Rawlings, che è stato eletto presidente della Economic Community of West African States: a loro chiediamo accoratamente di fare in modo che il Ghana – che in passato ha sempre favorito le organizzazioni internazionali e regionali di cooperazione politica ed economica, ed è un membro attivo delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana – mantenga il suo status di Paese democratico, tra i più moderati del continente africano, e continui a rispettare le Carte internazionali sui Diritti Umani, salvaguardando così anche la dignità e l’uguaglianza rispetto agli altri cittadini di gay, lesbiche e transessuali”.  

Concesso lo status di rifugiato in Italia a una coppia di ragazzi gay palestinesi.


Circolo Pink Verona – Antagonismo gay Bologna

COMUNICATO STAMPA_Verona 26 Luglio 2011

Concesso lo status di rifugiato in Italia a una coppia di ragazzi gay palestinesi.
Omar e Abdel, nomi di fantasia, se ne sono andati dai territori occupati di Palestina diversi anni fa per sfuggire alle violenze che subivano in quanto persone omosessuali.
Come molti e molte altri e altre che scappano dalla loro terra perché in guerra, O. e A. fuggivano dalla Palestina all’inizio della seconda Intifada, con cui il popolo palestinese tentava di affermare il proprio diritto alla terra contro l’occupazione militare di Israele.
E’ noto che in condizioni di crisi politica e guerra sono proprio le diversità a pagare il prezzo più alto, in questo caso una coppia gay che forse non se ne sarebbe mai andata dalla propria terra.
Certo non è solo la guerra che ha costretto O. e A. a scappare ma anche le particolari condizioni che vivono le persone gay, lesbiche e trans in paesi dove i comportamenti affettivi e sessuali fra persone dello stesso sesso sono represse o punite con l’isolamento, le violenze, il carcere (e in alcuni paesi anche con la morte).
Molte persone gay, lesbiche e trans, arrivate in Italia o in altri paesi europei, chiedono asilo o protezione internazionale proprio perché non possono tornare nel loro paese di origine, dove potrebbero essere perseguitati o addirittura ammazzati, magari dai parenti.
O. e A. dunque arrivano a Verona nel 2005 provenendo dalla Germania, dove erano stati fermati nel tentativo di raggiungere un paese del Nord Europa, dato che la loro richiesta di asilo, presentata in Italia, era stata respinta. Rientrati in Italia, con l’aiuto del Circolo Pink di Verona e di Antagonismo gay Bologna, chiedono di riaprire il loro caso. La richiesta viene accettata e, dopo parecchie udienze, il tribunale di Roma concede loro lo status di rifugiato, riconoscendo la particolarità del loro caso, di omosessuali visibili in un contesto di guerra e occupazione militare.
O. e A. potranno quindi rimanere in Italia, dove lavorano e studiano, senza la paura di espulsi o incarcerati in un CIE.
L’iter processuale è stato molto difficile, sia perché i termini per un normale ricorso erano scaduti sia perché si trattava di riconoscere lo status particolare della Palestina, terra occupata militarmente da Israele e solo limitatamente sottoposta ad un amministrazione locale autonoma. Percorso non semplice, ma alla fine la sentenza ha riconosciuto che, date le particolari condizioni di vita in Palestina, O. e A. non potevano tornarvi e quindi dovevano rimanere in Italia. Ci sono voluti cinque lunghi anni ma O. e A. ce l’hanno fatta.
Crediamo che sia la prima volta che in Italia viene concesso lo status di rifugiato a una coppia gay palestinese e questo rende la loro vicenda particolarmente significativa anche per altri e altre migranti. Migranti che in questo momento vedono attaccato lo stesso diritto di esistere, migranti chiusi per mesi, anni nei CIE senza aver commesso alcun reato.
Il Circolo Pink e Antagonismo gay esprimono grande soddisfazione per la felice conclusione della vicenda. Resta l’amarezza per le tante persone omosessuali e transessuali perseguitate nei loro paesi. La provenienza geografica, culturale e religiosa conta fino ad un certo punto. Anche in Italia, paese occidentale, nessuna legge tutela la vita di gay lesbiche e trans, che sempre più spesso sono sottoposte/i a violenze.
Il caso di O. e A. è stato seguito dallo studio dell’avvocato Marco Paggi di Padova e dall’avv. Antonio Maggiotto, che ringraziamo per il lavoro svolto.


Circolo Pink Verona – Antagonismo gay Bologna

Marocchino e omosessuale sospeso l’ordine di espulsione


Il Presidente del Tribunale di sorveglianza di Bologna ha sospeso l’esecuzione del provvedimento di espulsione a carico di K.A.H., il giovane marocchino omosessuale a carico del quale c’era un decreto di espulsione malgrado l’esito positivo del procedimento di riconoscimento della protezione internazionale.

Il caso era stato sollevato nei giorni scorsi dagli avvocati Raffaele Miraglia e Barbara Spinelli, che avevano ricordato come il giovane per il suo orientamento sessuale correrebbe pericolo per la sua vita e la sua libertà in caso di rientro in Marocco. Ora l’avvocato Spinelli chiederà alla Questura che K.A.H. venga rilasciato dal Cie dove era stato rinchiuso in attesa di espulsione, visto che è venuto meno il motivo del trattenimento. Domani verrà presentata anche un’ istanza al giudice di pace.

A fargli rischiare l’espulsione sarebbe stata una mancata notifica: “Il caso è frutto della pervicace omissione di compiere un atto dovuto da parte di qualche poliziotto dell’Ufficio Asilo della Questura di Bologna – aveva spiegato l’avv.Miraglia – e dell’omissione da parte del Tribunale di Sorveglianza di prendere in esame la richiesta di sospensiva dell’espulsione inoltrata con l’appello del 20 aprile 2011″. Miraglia ha anche inoltrato un ricorso urgente alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

La questura ritarda la notifica. K., omosessuale, rischia l’espulsione


Il giovane marocchino aveva chiesto la protezione internazionale perché nel suo paese, per il suo orientamento sessuale, rischia la libertà e la vita. Interviene l’Alto commissariato per i rifugiati, che chiede chiarimenti alla Questura di Bologna
K.A.H. è un giovane marocchino omosessuale. Si trova in Italia da prima del 2009; era finito in carcere per detenzione di stupefacenti; quando è uscito, ha chiesto la protezione internazionale perché nel suo Paese rischia la libertà e la vita a causa del suo orientamento sessuale.
K.A.H. rischia però di non poter rimanere in Italia: i suoi legali, Raffaele Miraglia e Barbara Spinelli, puntano il dito contro una mancata notifica da parte della Questura: “Il caso è frutto della pervicace omissione di compiere un atto dovuto da parte di qualche poliziotto dell’Ufficio Asilo della Questura di Bologna (doveva fare una notifica) e dell’omissione da parte del Tribunale di Sorveglianza di prendere in esame la richiesta di sospensiva dell’espulsione inoltrata con l’appello del 20 aprile 2011″.
Gli avvocati avvertono che ieri sera è intervenuto l’Alto commissariato per i rifugiati (Unhcr), che ha richiesto notizie in Questura. Questa mattina è stato inoltrato un ricorso urgente alla Corte europea dei diritti dell’uomo, la quale ha già richiesto all’Italia di fornire copia della decisione con cui è stato concessa la protezione umanitaria al cittadino marrocchino.
fonte

Rivelazione della Bbc: lesbiche sudafricane, stupri correttivi e omicidi


Oltre 10 donne stuprate ogni settimana nell’unico Paese africano che riconosce il matrimonio gay – Trentuno lesbiche uccise negli ultimi dieci anni in Sudafrica, è questa la cifra ufficiale

La più recente aggressione l’ha subita Noxolo Nkosana, 23 anni, accoltellata sotto casa sua, nella township di Crossroads, a Città del Capo, mentre tornava dal lavoro in compagnia della sua compagna.Nella sola Cape Town si calcola che oltre dieci donne gay siano stuprate ogni settimana, sia da singoli sia da gruppi. Lo riporta la Bbc citando Luleki Sizwe, un’organizzazione che si occupa delle donne vittime di “stupri correttivi”. Secondo la Ong, “molti casi non vengono denunciati perché le vittime temono di essere derise dai poliziotti e perseguitate dai loro assalitori”. Secondo Lesego Tlhwale, del gruppo per i diritti degli omosessuali Behind the Mask, “le società africane sono ancora molto patriarcali. Alle donne viene detto che devono sposare gli uomini, tutto ciò che non vi rientra è ritenuto sbagliato. E’ considerato non-africano il fatto che due donne si sposino. Alcuni uomini si sentono minacciati da questo e vogliono ‘sistemarlo’.” Il Sudafrica è l’unico Paese africano che ha legalizzato il matrimonio omosessuale e uno dei 10 al mondo. La costituzione proibisce esplicitamente la discriminazione in base all’orientamento sessuale.Non si sa quanti dei 50mila stupri che ogni anno sono compiuti nel Paese africano siano subiti da donne omosessuali, perché nei rapporti di polizia non viene registrato l’orientamento sessuale delle vittime.Dopo che una petizione contro lo stupro correttivo ha raccolto 170mila firme in tutto il mondo, il dipartimento di Giustizia ha iniziato un progetto per costituire un gruppo di lavoro contro i crimini nei confronti dei gay.

Status di rifugiato per gli immigrati. Un ufficio A Verona.


da "L'Arena" di Verona
Sabato 02 Luglio 2011 CRONACA, pagina 17 


L’incontro ieri in prefettura FADDA Profughi: la faccenda si fa seria. Secondo la calendarizzazione dell’ufficio che deve riconoscere lo status di rifugiato alle persone arrivate con l’emergenza Libia e che ha sede a Gorizia, delle 800 pratiche presentate, l’ultima verrà esaminata a marzo 2012.
Per questo il ministero dell’Interno ha previsto che anche a Verona ci sia una commissione che esamina e istruisce le pratiche. La sede è stata scelta perchè logisticamente comoda e servita sia da trasporto ferroviario che su gomma.
L’ufficio di Verona coprirà Veneto e Trentino Alto Adige. Vi lavoreranno funzionari della prefettura a scavalco tra loro e alcuni funzionari della questura. Anche il Comune ha messo a disposizione alcuni suoi funzionari.
Sull’impiego di personale della questura, ieri mattina Siulp e il Sap hanno diffuso una nota sulla pretesa presenza di poliziotti da parte del prefetto.
«Non ci sono esigenze di sicurezza», è scritto in una nota stampa, «i poliziotti si troverebbero a fare nulla più che gli uscieri. Ci chiediamo, in primo luogo, per quale ragione debba essere prevista la presenza di poliziotti in un simile contesto nel momento in cui in qualsiasi altro ufficio pubblico, si registra la compresenza di decine di cittadini stranieri, e tutto ciò senza che si avverta alcuna necessità di predisporre una vigilanza armata».
L’ufficio ha il compito di esaminare le pratiche già presentate dagli stranieri, di incontrarli con un interprete per far loro quella che viene definita un’intervista e quindi di comunicare se hanno diritto o mano allo status di rifugiati. Diversamente possono essere rimpatriati nel loro Paese d’origine. Da quando è iniziata l’emergenza libica, l’ufficio di Gorizia, competente per il nord est non ha concesso lo status ad alcuno, non avendo, chi ha presentato le domande, le caratteritische previste per legge.
In questo momento a Verona abbiamo 168 profughi. In tutto il Veneto sono 1217 e di loro soltanto 490 hanno presentato la domanda per lo status di rifugiato. L’insediamento della commissione territoriale è stato presentato ieri mattina in prefettura .A.V.

Gay: Onu approva storica risoluzione su eguaglianza diritti


Ginevra, 17 giu. – (Adnkronos) – Con 23 voti favorevoli e 19 contrari e tre astensioni, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha approvato una “storica” risoluzione che afferma l’eguaglianza dei diritti a prescindere dell’orientamento sessuale segnando un importante passo avanti per l’avanzamento dei diritti dei gay in tutto il mondo. Presentata dal Sudafrica, e sostenuta in modo attivo dagli Stati Uniti, la mozione ha incontrato una forte opposizione da parte di altri stati africani e arabi.
La risoluzione afferma che “tutti gli esseri umani sono nati liberi ed eguali nella dignita’ e diritti e che ognugno deve godere di tutti i diritti e liberta’ senza alcuna distinzione”. La risoluzione chiede anche l’avvio di una commissione che studi le leggi discriminatorie nei confronti dei gay e le violenze commesse contro i singoli individui colpiti per il loro orientamento sessuale.

Lo Stato conceda asilo politico a Joshua, nigeriano perseguitato perché gay.


Arcigay, EveryOne, organizzazione per i diritti umani, e
l´Associazione radicale Certi Diritti, fanno appello al Ministro
dell’Interno Roberto Maroni e al Ministro per le Pari Opportunità Mara
Carfagna perché sia conferito con estrema urgenza lo status di
rifugiato a Joshua J., 28enne nigeriano e omosessuale.
Entro giovedì 12 maggio prossimo Joshua deve lasciare il territorio
nazionale perché la commissione territoriale sull’asilo di Caserta ha
respinto la sua richiesta obiettando che in Nigeria non sono
riscontrabili abusi concreti nei confronti di persone omosessuali da
parte del Governo o delle autorità. In realtà in Nigeria il codice
penale prevede fino a 14 anni di detenzione per omosessualità e negli
stati federali del Paese nei quali è applicata la Sharia la pena per
gli omosessuali è di 100 frustate per gli uomini non sposati, e di 1
anno di prigione e la morte per lapidazione per gli uomini sposati,
anche se vi sono casi di omosessuali non sposati mandati comunque al
patibolo.
Proprio per questo Joshua è fuggito dalla Nigeria, dove rischia
torture e morte, nel 2008, dopo che la famiglia musulmana del ragazzo
con cui aveva avuto una relazione lo ha scoperto e, minacciandolo di
morte, lo ha denunciato alle Autorità di polizia.
A febbraio del 2008 un articolo del Nigeria Observer ha pubblicato la
sua foto e un mandato di cattura in cui la polizia fissa una taglia
per la consegna di Joshua alle autorità. Alla richiesta d’asilo era
stata allegata la traduzione giurata (che trovate in allegato) con
fotocopia del quotidiano nigeriano dove la polizia, al momento della
fuga del giovane dalla Nigeria, aveva pubblicato il mandato di cattura
per atti omosessuali con tanto di foto e nome di Joshua.
Sul caso di Joshua è stata presentata un’interrogazione al Senato Da
Giuseppe Valditara di FLI che per ora non ha ottenuto una risposta.
“Siamo quindi a chiedere – spiegano i rappresentanti delle
associazioni – “che il Governo italiano attivi immediatamente,
attraverso il Ministero dell´Interno e il Ministero delle Pari
opportunità, tutte le procedure necessarie per scongiurare il ritorno
coatto di Joshua J. in Nigeria, che lo metterebbe in serissimo
pericolo di vita”.


Per info:
Everyone Group – 393 4010237  :: 331 3585406 
info@everyonegroup.com

Sei gay? Ti do l’ergastolo…


In Uganda la legge contro gli omosessuali si modera: prima era prevista la pena di morte
Niente condanna a morte. L’Uganda potrebbe fare dietrofront sulla pena prevista per il reato di omosessualità, e che presto potrebbe diventare legge. Un passo indietro che non cambia la sostanza del testo. A parlare della rimozione della pena capitale dal testo è David Bahati, il parlamentare nell’ottobre 2009 fautore delle nuove norme. Il suo disegno di legge ha fin da subito attirato l’attenzione della comunità internazionale e ricevuto le pubbliche condanne del presidente americano Barack Obama.
CACCIA AI GAY - La proposta, per ora, prevede la condanna a morte per gli omosessuali attivi affetti da Aids. L’iter del testo si avvicina alla conclusione. Stephen Tashobya, presidente dellaCommissione affari legali e parlamentari dice che la normativa possa essere messa al voto nei primi giorni di maggio. “Dobbiamo verificare fin dove ci possiamo spingere con il disegno di legge. Stiamo facendo tutto il possibile, ma abbiamo poco tempo”, ha fatto sapere martedì scorso. Aggiungendo: “Molte persone hanno espresso preoccupazione per tale disposizione che prevede la condanna a morte e sono sicuro che quando cominceremo le audizioni sulla proposta emergeranno ancor di più le preoccupazioni”. Nella sostanza, insomma, cambierà poco. Bahati dice di non conoscere alcun membro del parlamento intenzionato “ad opporsi” al provvedimento.Frank Mugisha, direttore del Sexual Minorities Uganda, gruppo per i diritti degli omosessuali, è invece molto preoccupato, e sottolinea come il sentimento anti gay sia aumentato dopo l’introduzione del disegno di legge. “Molti gay vengono molestati – ha detto – a causa dell’attenzione dei media”.
LE PENE - Il testo originale di Bahati prevede disposizioni rigide, condanna a morte per gli omosessuali affetti da Hiv, o nel caso di stupro di una persona dello stesso sesso. Anche “delinquenti seriali” potrebbero essere puniti con la pena capitale. Ma la legge è poco chiara sul termine. Una persona sorpresa ad avere un rapporto omosessuale sarebbe condannata al carcere a vita. Chiunque favorisce, consiglia o invoglia ad avere rapporti omosessuali può essere puntio con il carcere fino a 7 anni. La stessa condanna che può colpire chi semplicemente affitta una camera o una casa ad un gay.

Sei gay? Allora muori.

David Kato era un militante omosessuale ugandese. Lavorava per l’organizzazione Sexual Minorities Uganda. Insegnante, diplomato in un istituto del Sudafrica post-apartheid, Kato aveva lasciato la professione per dedicarsi unicamente alla difesa dei diritti delle persone gay e lesbiche ugandesi, minacciati da una proposta di legge (depositata in Parlamento nel 2009) che mirava a introdurre la pena di morte per il reato di rapporti omosessuali – una legge delirante, anzi, abominevole di per sé, che tra le altre cose disporrebbe il rimpatrio in Uganda dei cittadini ugandesi che avessero commesso atti omosessuali in altri Stati.
Nel 2010, la rivista locale Rolling Stone indicava Kato e altri 100 attivisti come omosessuali, riportando anche i loro indirizzi. “Impiccateli!”, diceva il titolo. Kato intentò allora causa alla rivista per violazione della privacy, e vinse. Ma non gli servì a nulla: il 26 gennaio 2011, Kato veniva brutalmente assassinato a casa sua.
L’episodio ha avuto vastissima eco. Sul governo ugandese sono piovute durissime critiche ed appelli da tutto il mondo, in particolare da Human Rights Watch e Amnesty International. Ma a turbare oggi non sono solo le blande risposte della polizia, che finora non ha svolto alcuna indagine accurata sull’omicidio, dando credito ad ipotesi inverosimili, bensì una lettera dell’ambasciatore ugandese al presidente del Parlamento europeo, resa nota lo scorso 18 aprile. Nella lettera, l’ambasciatore dichiara che quanto diffuso all’estero sarebbe falso: Kato è stato assassinato da un tizio cui non voleva pagare favori sessuali.
Peccato che delle circostanze specifiche dell’assassinio si sa poco proprio perché sono in atto costanti depistaggi da parte della polizia e del governo ugandesi. Si aggiunga, inoltre, che dietro alla campagna omofobica realizzata da Rolling Stone – insieme alle decine di dichiarazioni, anch’esse omofobiche, di ministri, segretari e sottosottosegretari – si nasconde una chiesa evangelica statunitense, che in una conferenza del 2009 aveva ribadito che “le associazioni gay vengono dall’inferno e costituiscono una minaccia all famiglia e alla società”.
Nulla di nuovo sotto il sole. Da sempre gli omosessuali sono oggetto di violenze e discriminazioni d’ogni tipo. E la risposta tipica l’abbiamo già sentita: se la sono cercata.
E’ la logica perfettamente cristiana della redenzione, che vuole ricondurre tutto ciò che accade non alla violenza di altri contro un individuo o un gruppo, ma alle scelte di quell’individuo e di quel gruppo. La vittima diventa carnefice, responsabile della propria rovina. Come Matthew Shepard, assassinato all’età di 21 anni da due coetanei in Wyoming nel 1998. E’ stata colpa sua – dicevano – perché ci aveva provato con uno dei due. Come il sindaco di Mosca, che in occasione del Gay Pride del 2006 disse ripetutatmente che esso non si sarebbe potuto tenere perchè altrimenti la polizia avrebbe dovuto proteggere i manifestanti dagli attacchi violenti della popolazione.
Tutta gente, questa, che si dichiara religiosa praticante. Bisognerebbe riflettere sul ruolo (primario e, in negativo, indispensabile) del discorso religioso nel convogliare messaggi omofobici e violenti. Succede anche da noi, comunque. Proprio ieri l’onorevole Paola Concia è stata oggetto dell’ennesimo attacco verbale omofobico per strada. Anche lei se l’è cercata – a qualcuno sarà venuto in mente – perché stringeva la mano della sua compagna.
Queste accuse fanno sorridere, ma c’è ben poco di cui sorridere. David Kato avrebbe compiuto 47 anni entro tre settimane e la sua storia dimostra incontestabilmente che di omosessualità si muore ancora. E se non ti uccidono fuori, ricoprono la tua anima d’insulti.

Ambasciatore dell’Uganda: David Kato dovrebbe condividere la responsabilità per il suo omicidio


In una lettera scioccante al Presidente del Parlamento europeo, l’ambasciatore
di Uganda a Bruxelles afferma che David Kato “dovrebbe condividere la
responsabilità in questo incidente molto spiacevole”. David Kato, altamente
rispettato e riconosciuto difensore dei diritti umani in Uganda, è stato
assassinato il 26 gennaio 2011, dopo la sua presa di posizione pubblica a
favore dei diritti umani delle persone LGBT.

Per la Repubblica di Uganda nella lettera riprodotta qui di seguito, Stephen
TK-Katenta Apuli scrive per correggere ” l’impressione dei deputati al
Parlamento europeo che l’assassinio di David Kato sia un risultato della sua
difesa dei diritti di gay e lesbiche in Uganda. “Secondo l’ambasciatore,”
niente potrebbe essere più lontano dalla verità. “

In una dimostrazione scioccante di ignoranza e pregiudizio, l’Ambasciatore di
Uganda prosegue affermando che a differenza delle prostitute, i prostituti
maschi “hanno la capacità fisica di difendere i loro interessi”.

Completamente senza tener conto dei principi di giustizia e di giusto
processo, l’ambasciatore spiega inoltre:

La caso è all’attenzione della Corte e un giusto processo farà giustizia.
Vi posso assicurare che il colpevole riceverà un equo processo, sarà
riconosciuto colpevole e riceverà il massimo della pena, che potrebbe essere la
morte sul patibolo.

Zimbabwe. Robert Mugabe attacca l’occidente e il suo “fango omosessuale”.

Il presidente- padrone dello Zimbabwe, Robert Mugabe, in uno sfogo contro l’Occidente, che ha congelato i suoi beni e gli vieta di viaggiare, se l’è presa con quello che ha definito il “fango omosessuale” nei Paesi occidentali. “Noi non ci impicciamo di quello che succede in Europa”, ha detto Mugabe al funerale di un dirigente dei servizi segreti, Menard Muzariri. “A proposito delle azioni contro-natura che avvengono la’ (in Europa), dove uomini hanno rapporti con uomini e donne con donne, noi diciamo che si tratta dei loro Paesi. Se loro vogliono chiamare il loro Paese Regno unito dei gay, sono liberi di farlo. Non è la nostra cultura ma noi condanniamo questo fango”, ha aggiunto il leader dello Zimbabwe, dove l’omosessualità è illegal, ma dove è legalmente tollerata l’esistenza di una Associazione di gay e lesbiche (Galw), che tuttavia viene perseguitata dalla polizia.

Pulling Out All the Stops to Push an Antigay Bill


KAMPALA, Uganda — They entered through Parliament’s gates, an eclectic group. Their leader, the Rev. Martin Ssempa, wore sunglasses and long black robes embroidered with matching red crosses and two campaign buttons. One said, “Debate Our Bill Now!” and the other, simply, “No to Sodomy.”


Michael Onyiego
The Rev. Martin Ssempa, in sunglasses and long black robes, arrived at the Ugandan Parliament in Kampala to discuss a highly contentious antigay bill.
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Ugandan Who Spoke Up for Gays Is Beaten to Death (January 28, 2011)
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Marc Hofer/Agence France-Presse — Getty Images
Mourners at the funeral of David Kato a prominent gay-rights activist in Uganda who was killed in January.
Mr. Ssempa’s mission is to get Uganda’s Parliament to pass a highly contentious antigay bill and eradicate homosexuality throughout the country — or, after more than a year of the law’s languishing in the legislature, to at least debate the proposed law.
To many here, Uganda’s gay population does not represent a sexual minority advocating for its rights, but an underground threat promoting a cancerous vice. They accuse gay men and women of recruiting children in secondary schools, and maybe giving them H.I.V.
In 2009, Uganda’s Parliament tabled legislation calling for the execution of gays under certain circumstances and requiring citizens to report any known act of homosexuality to the police within 24 hours.
The bill drew ire from Western nations and has drifted listlessly in Parliament over the last 18 months. When David Kato, a prominent gay-rights activist, was murdered in January after his photo ran on the cover of a newspaper calling for gays to be hanged, the bill became politically toxic.
But with Parliament closing next month, Mr. Ssempa, a leading religious figure from an independent sect of Christianity, made a last-ditch push last week, bringing a coalition of religious leaders, civil society organizers and two self-described former homosexuals to meet directly with the speaker of Parliament, Edward Kiwanuka Ssekandi. They presented him with a petition containing what they said were more than two million signatures in support of the bill.
The Anti-Homosexuality Bill was introduced in 2009, only a month after a seminar with American ministers about “curing” homosexuality and the dangers of “the gay movement.” Last year, an evangelical Christian from Missouri, Lou Engle, held an event in Uganda at which the bill was promoted (though after he left to travel home, he says).
But Uganda, a poor and heavily Christian nation of 35 million with a large American missionary community, has long held its own conservative views on sexuality. Mr. Ssempa says his movement is about African culture, and while the United States has continued to debate its own societal values, similar conversations are happening here.
Mr. Ssempa, reading from the petition, began the meeting by saying he was “distressed” that the bill was being “deliberately killed” by “undemocratic threats” from Western nations, and called the political bullying “homocracy.”
A bag was passed around with “Debate Our Bill Now!” and “No to Sodomy,” pins, before it came to rest in front of one of the so-called former homosexuals.
“These young people,” Mr. Ssempa said, pointing toward the two young men, sitting stiffly across from him in front of the speaker, “will share their experiences having been recruited into homosexuality and coming out. And that is why we are here.”
Bishop Julius Oyet, sitting beside Mr. Ssempa, tried unsuccessfully to pin Speaker Ssekandi with the two “Debate Our Bill Now!” and “No to Sodomy” pins before speaking passionately on the “dire need” to “save the nation.”
“We are facing a defining moment, Mr. Speaker, in our nation, when we cannot allow one of the top pillars of our culture and civilization to crumble,” the bishop said.
The focus turned to the two men sitting quietly on the other side of the table, Paul Kagaba and George Oundo. Mr. Kagaba, 27, went first.
“For me, I was lured into homosexuality by a headmaster of a primary school, who recently died,” said Mr. Kagaba, speaking of the recently killed Mr. Kato. “He was our neighbor,” Mr. Kagaba said, “and we embraced him.”
Mr. Kagaba said that Mr. Kato offered to pay his school fees, and soon Mr. Kagaba, 17 at the time, moved in. One day, Mr. Kagaba claimed, Mr. Kato bought him chicken and two Guinness beers, and raped him that night. The next morning, Mr. Kagaba says, Mr. Kato gave him $130.
Other gay activists have vouched for Mr. Kato’s innocence, and Mr. Kagaba himself said he became an outspoken gay activist for six years, until his family held an intervention and he met Mr. Ssempa. Now he says he counsels others at the pastor’s One Love clinic in downtown Kampala, where they preach sexual purity and sing a cappella.

Un fondo per David Kato e a sostegno dei gay ugandesi


Il 26 gennaio del 2011, l’attivista ugandese e difensore dei diritti umani, David Kato Kisule, esponente della comunità LGBTI e iscritto a Certi Diritti, è stato trovato assassinato nella sua residenza a Kyetume, nel distretto di Mukono, Uganda.
E’ dedicato a lui il Fondo che servirà a sostenere le spese per garantire un processo equo, efficace, imparziale e che permetta di stabilire la verità sulla sua morte.
In Uganda le autorità governative e i sostenitori del fondamentalismo religioso,sostenuti da alcuni settori della destra americana, continuano a istigare all’odio contro coloro che appartengono alla comunità LGBTI. In questo scenario il Governo ugandese non ha accantonato la proposta di legge che propone la pena di morte per gli omosessuali “recidivi”.
Nonostante la situazione di pericolo per tutti gli attivisti LGBTI ugandesi, l’associazione Sexual Minorities Uganda (SMUG), di cui faceva parte David Kato Kisule, continua il suo impegno. Arcigay, l’Associazione Radicale Certi Diritti, Non c’è Pace Senza Giustizia con il consenso di SMUG hanno creato un fondo in memoria dell’attivista barbaramente ucciso e che aveva partecipato, prima di morire, al Congresso di Certi diritti, chiedendo aiuto per il suo Paese.
In questo modo le tre associazioni si impegnano a non lasciare soli gli amici e compagni ugandesi e a contribuire concretamente a questa battaglia di civiltà.
Nei siti di Arcigay, Certi Diritti e Non c’è Pace Senza Giustizia è possibile tramite il sistema Paypal fare i versamenti con Carta di Credito, specificando nella causale: Fondo David Kato Kisule.


Il conto bancario del Fondo è il seguente:
Con bonifico bancario sul c/c n 12691/24:
IBAN: IT52 V030 6905 0310 0000 1269 124
ABI: 03069 – CAB:05031
Cariplo Banca Intesa BCI
Intestato al Comitato Non c’e Pace Senza Giustizia
Piazza Colonna Agenzia 1 (Roma) Italia

Immigrati illegali, ora si può fare ricorso La nuova sentenza del Consiglio di Stato


Anche gli immigrati irregolari condannati per non aver rispettato l’ordine d’espulsione dall’Italia possono chiedere la regolarizzazione. La sanatoria varata nel 2009 dal governo consentiva la regolarizzazione di colf e badanti, attraverso una dichiarazione d’emersione, accompagnata al pagamento di 500 euro
di VLADIMIRO POLCHI
ROMA – Si allargano le maglie della sanatoria 2009: anche gli immigrati irregolari condannati per non aver rispettato l’ordine d’espulsione dall’Italia possono ricorrere alla regolarizzazione. L’adunanza plenaria del Consiglio di Stato ha accolto, infatti, il ricorso di un lavoratore straniero escluso dalla sanatoria per colf e badanti. E’ l’ennesima falla, che si apre nella linea dura imposta dal Viminale.

Un passo indietro. La sanatoria varata nel 2009 dal governo consentiva la regolarizzazione di colf e badanti, attraverso una dichiarazione d’emersione, accompagnata al pagamento di 500 euro. Quante domande sono arrivate? 294mila, dal primo al 30 settembre 2009. La procedura però non è filata liscia. Come denunciato da Repubblica 1, infatti, ogni questura ha interpretato a modo sua la sanatoria. Nessun problema per tutti quegli immigrati con un semplice decreto d’espulsione alle spalle. Le cose cambiano, invece, per quei lavoratori extracomunitari espulsi, trovati di nuovo sul territorio italiano e condannati per non aver appunto rispettato l’ordine d’allontanamento impartito dal questore. Questi ultimi possono o no essere regolarizzati? Dipende da dove si è presentata la domanda. Alcune questure hanno negato la sanatoria (come quelle di Trieste, Rimini e Perugia), altre invece l’hanno consentita.
La circolare del Viminale. Una situazione a macchia di leopardo, che ha indotto il ministero dell’Interno a chiarire ciò che prima chiaro non era. Con la circolare spedita il 17 marzo 2010 a tutti i questori, il capo della polizia Antonio Manganelli ha sposato la linea dura già adottata da alcune questure: chi ha avuto una condanna per inottemperanza al provvedimento d’espulsione non può perfezionare la procedura di regolarizzazione. La fattispecie prevista nell’articolo 14, comma 5 ter, della Bossi-Fini infatti prevede la reclusione da uno a quattro anni e quindi rientra tra quei reati per i quali è proibita la regolarizzazione. La circolare di Manganelli contempla anche delle eccezioni a questo divieto di sanatoria. Ma il giro di vite rimane e chi – in buona fede – ha presentato domanda di regolarizzazione di un immigrato espulso e condannato si vede così beffato.
Il Consiglio di Stato. A quasi un anno dalla circolare del Viminale e dopo decine di ricorsi ai Tar, il 25 febbraio 2011 l’adunanza plenaria del Consiglio di Stato ha accolto un appello cautelare di Cheikh Iba Seck, la “cui domanda di emersione dal lavoro irregolare era stata dichiarata inammissibile in ragione della condanna riportata da quest’ultimo per essersi trattenuto illegalmente nel territorio dello Stato, in violazione dell’ordine impartito dal questore”.
Una questione complessa. L’adunanza plenaria del Consiglio di Stato ha “preso atto della complessità della questione sottopostale e della connesse difficoltà interpretative” e “ritiene che, tenuto anche conto della natura cautelare del provvedimento appellato, sia necessario attendere che l’esame dei profili di diritto sia affrontato nella rituale sede di merito dinanzi al giudice di primo grado, cui la questione viene rimessa”. Tradotto: l’appello di Cheikh Iba Seck viene accolto, viene sospesa la decisione di escluderlo dalla sanatoria e il caso viene rinviato al Tar per l’esame di merito. Una vittoria, seppure parziale, per i chi si considera “truffato” dalla sanatoria, che rimanda però ai vari Tar per la risoluzione dei singoli casi.

Egitto: i Gay Nel cuore della rivolta


Non e una, sorpresa scoprire che gli omosessuali sono parte della rivolta egiziana contro il governo. Le loro storie vivono nel movimento della rivolta ……
Sono diversi blogger e utenti di Twitter, attivi sul web, molto prima degli avvenimenti, anche come oppositori del regime di Hosni Mubarak. i gay, non sempre sono apertamente nella loro vita quotidiana, ma nessuno di loro manifesta il suo orientamento sessuale o identità di genere nelle rivendicazioni, nella rivoltà contro il governo egiziano .
E Bahaa Saber (cons nella foto). Apertamente gay, è stato arrestato, torturato e violentato dalla polizia lo scorso anno, (le forze di sicurezza egiziane sono spesso oggetto di accuse di abusi sessuali dei sospetti).”Dopo un po ‘si smette di prestare attenzione alle accuse contro di lui”, ha lasciato intrvista coraggiosamente a Los Angeles Times .

Il sito inglese LGBT Asilo News, che cita molti altri attivisti gay, dice anche un blogger noto come il Sandmonkey , arrestato, torturato dalla polizia egiziana e rilasciato dopo alcune ore.
La storia di “IceQueer”
Il sito GayMiddleEast intervistato ampiamente “ IceQueer , un blogger gay del Cairo, uno studente di Medicina Interna, 22 anni . Racconta di non aver subito violenza, e si compiace invece di vedere “come le proteste siano pacifiche e gioiose”.”Prendo atto con gioia come l’Egitto si sia diversificata e unificato! Ho tenuto un cartello con la scritta “laicità” e le mie amiche (dritto, gay, ragazze, cristiani e musulmani) e urlando che abbiamo avuto la manifestazione del popolo, e non è stato manipolato da un partito o una religione . Tutto è stato veramente bello e sembrava un carnevale europeo “, ha raccontato, ha detto, che nonostante i suoi amici sono stati leggermente feriti. Con una connessione a Internet, si nutre il suo account Twitter, regolarmente e con entusiasmo per vedere il tremendo impatto delle nuove tecnologie che sfida.
Ci sono delle rivendicazioni del movimento omosessuale? ”Non possiamo chiedere tutto in una volta, dice. Già cercare “libertà” e “la caduta del regime” ha scosso l’intero paese, quindi immaginate cosa accadrebbe se abbiamo chiesto per i diritti LGBT Egiziano . La comunità LGBT non avrà diritti prima che l’Egitto è diventato un paese laico “. “La piazza Tahrir e diventato l’epicentro anchè del movimento gay, è divertente quando incontro i miei amici per protestare , se avessi proposto una settimana fa ,un appuntamento nella piazza per una passegiata fino a Ponte kasr el-nil, mi avresti visto come un coniglio caldo !”
Nel 2005, un rapporto di Human Rights Watch ha rilevato casi di arresti e torture da parte del governo egiziano contro gli uomini accusati di omosessualità. Si ricorda anche il caso della “Queen Boat “nel 2001, durante il quale sono stati arrestati 52 uomini a bordo della nave utilizzata come una discoteca gay ormeggiato sul Nilo. Nessuna legge in Egitto condanna in particolare gli atti omosessuali, ma le persone LGBT possono essere accusato di “comportamento immorale e indecente”, “diffusione di idee perverse” o “depravazione morale”.

Marocco: anche il movimento omosessuale partecipa alle manifestazioni per la democrazia


Alla fine anche in Marocco, “il paese più stabile del Nord Africa” secondo gli analisti, arriva l’ondata di rivolte anti-regime. Il neonato Movimento 20 Febbraio è sceso in piazza per reclamare riforme radicali verso la democrazia. In un solo giorno, le principali città marocchine sono state messe a ferro e fuoco e si sono registrati 130 feriti, oltre alla scoperta, nel nord del paese, di 5 morti carbonizzati forse collegati alle tensioni di questi giorni.
Al Movimento 20 Febbraio aderisce anche l’associazione KifKif (“uguale” in lingua araba marocchina), una organizzazione non governativa nata nel 2004, illegale in Marocco, che si batte per il rispetto dei diritti umani, soprattutto a favore della popolazione omo- e transessuale, in un paese dove i rapporti tra persone dello stesso sesso sono puniti fino a 3 anni di carcere. KifKif pubblica anche una rivista clandestina (Mithly), in lingua araba a e francese.
“Facciamo diversi incontri con i ragazzi gay per offrire loro aiuto di tutti i tipi, organizziamo incontri e feste per socializzare fra ragazzi, abbiamo un numero di ascolto sempre attivo e facciamo sempre più pressione sui politici per far sì che le nostre richieste vengano ascoltate” ci racconta Rachid, il rappresentante di KifKif in Italia: “Il nostro obiettivo è quello di costruire un centro gay in Marocco che offra un supporto alle persone e crei impatto sociale”.
Dopo la caduta di Ben Ali, gli analisti sui principali quotidiani italiani escludevano il “contagio” all’Egitto, grazie alla presunta fedeltà dell’esercito al rais: dopo due, tre giorni da queste previsioni milioni di persone invadevano piazza Tahrir, poi sappiamo tutti cos’è successo. Caduto Mubarak, assicuravano che il Marocco era l’unico paese stabile del Nord Africa, perché i marocchini, amando il loro re, non si sarebbero rivoltati. Ed ecco nascere il Movimento 20 Febbraio….
Però è vero che la maggioranza dei marocchini ama il proprio re e gli chiede di marciare con loro contro la corruzione ed i ladri.
Quali sono le vostre richieste?
Noi chiediamo una monarchia parlamentare, la separazione dei poteri, una costituzione democratica secondo i principi universali dei diritti umani, il rispetto delle libertà pubbliche ed individuali, il rispetto della libertà d’espressione e di fermare l’uso dei mezzi di comunicazione pubblica come strumento di propaganda del sistema, il diritto all’istruzione ed una sanità di qualità, una giustizia indipendente e la fine dell’impunità.

FONTE: http://www.kifkifgroup.org/communiques-de-presse/6-entretien-avec-rachid-president-du-kifkif-italie

PARLAMENTO EUROPEO VOTA RISOLUZIONE SU DAVID KATO E UGANDA


A Strasburgo, ieri, durante la seduta plenaria del Parlamento Europeo, è stata votata all’unanimità una Risoluzione, co-firmata da tutti i principali gruppi politici, sull’assassinio di David Kato.
Si è giunti a questo risultato grazie all’impegno dell’intergruppo Lgbt(e) al Parlamento Europeo e Ottavio Marzocchi, rappresentante di Certi Diritti a Bruxelles, funzionario della Commissione Libertà Pubbliche, che ha redatto il testo base.
La risoluzione, dopo avere ripercorso le battaglie di David Kato Kisule ed il ricorso, vinto davanti all’Alta Corte ugandese, contro la rivista locale Rolling Stone, condanna l’uccisione di David; chiede alle autorità ugandesi di compiere indagini approfondite ed imparziali anche in relazione ai possibili mandanti, di proteggere le persone LGBT, di non approvare la legge Bahati; chiede ad autorità politiche, religiose ed ai media di interrompere la stigmatizzazione delle persone LGBT; solleva la necessità di tenere conto della situazione delle persone LGBT nel quadro della politica estera e di sviluppo, ed invita gli Stati membri e la UE a riconoscere l’asilo politico alle persone perseguitate in Uganda.
La risoluzione contiene quanto David aveva richiesto nel corso del suo intervento al Congresso di Certi Diritti, durante i lavori della commissione su quanto si poteva fare in Europa. E’ un tributo del Parlamento europeo alla sua memoria e un appello all’interruzione delle persecuzioni, violenze ed assassinii delle persone LGBT in Uganda.
Qui di seguito il testo integrale (italiano e inglese) della Risoluzione approvata a Strasburgo il 17 febbraio 2011
P7_TA-PROV(2011)0074
Uganda: assassinio di David Kato
Risoluzione del Parlamento europeo del 17 febbraio 2011 sull’Uganda: l’uccisione di David Kato
Il Parlamento europeo,
– visti gli obblighi e gli strumenti internazionali in materia di diritti umani, compresi quelli che figurano nelle convenzioni dell’ONU sui diritti umani e nella Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, le quali garantiscono i diritti umani e le libertà fondamentali e vietano la discriminazione,
– visto l’accordo di partenariato firmato il 23 giugno 2000 a Cotonou tra i membri del gruppo di Stati dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico, da un lato, e la Comunità europea e i suoi Stati membri, dall’altro (accordo di Cotonou), riesaminato a Ouagadougou il 23 giugno 2010, nonché la clausola sui diritti umani in esso contenuta, segnatamente all’articolo 8,
– visti gli articoli 6, 7 e 21 del trattato sull’Unione europea (TUE) che impegnano l’Unione e i suoi Stati membri a sostenere i diritti umani e la libertà fondamentali e a predisporre strumenti per lottare contro la discriminazione e le violazioni dei diritti umani a livello dell’UE,
– vista la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, in particolare l’articolo 21, il quale vieta la discriminazione basata sulle tendenze sessuali,
– viste tutte le attività dell’UE collegate alla lotta contro l’omofobia e la discriminazione basata sulle tendenze sessuali,
– viste le sue precedenti risoluzioni sull’omofobia, la protezione delle minoranze e le politiche contro la discriminazione,
– viste le sue risoluzioni del 17 dicembre 2009 sulla proposta di legge contro l’omosessualità in Uganda e del 16 dicembre 2010 sulla cosiddetta «legge Bahati» e la discriminazione nei confronti di lesbiche, gay, bisessuali e transessuali (LGBT) in Uganda,
– vista la dichiarazione resa il 17 maggio 2010 dal vicepresidente/alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza Catherine Ashton e dal Presidente del Parlamento europeo Jerzy Buzek alla Giornata internazionale contro l’omofobia,
– vista la dichiarazione del 28 settembre 2010 dell’Assemblea parlamentare ACP sulla coesistenza pacifica delle religioni e l’importanza attribuita al fenomeno dell’omosessualità nel partenariato ACP-UE,
– vista la dichiarazione resa il 6 dicembre 2010 in risposta della dichiarazione ACP da membri dell’UE all’Assemblea parlamentare paritetica ACP-UE su iniziativa dei gruppi PPE, S&D, ALDE, Verde/ALE e GUE/NGL nel Parlamento europeo,
– vista la risoluzione dell’Assemblea parlamentare paritetica ACP-UE del 3 dicembre 2009 sull’integrazione culturale e la partecipazione dei giovani,
– visto l’articolo 122, paragrafo 5, del suo regolamento,
A. considerando che il 26 gennaio 2011 David Kato Kisule, difensore dei diritti umani e personalità rilevante del gruppo Sexual Minorities Uganda per i diritti di gay e lesbiche e della comunità LGBT in generale, è stato brutalmente ucciso in Uganda,
B. considerando che David Kato era stato in precedenza citato in giudizio e aveva vinto il processo contro il giornale locale Rolling Stone, che il 9 ottobre e il 15 novembre 2010 aveva pubblicato un elenco di nominativi, con dati personali e fotografie, di oltre cento presunti omosessuali, tra cui David Kato, con l’incitazione ad aggredirli e impiccarli,
C. considerando che il 3 gennaio 2011 la corte suprema dell’Uganda ha sentenziato che il giornale Rolling Stone aveva violato il diritto costituzionale di tutti i cittadini alla dignità e alla riservatezza privata, specificando che neppure la legislazione vigente in Uganda contro l’omosessualità poteva essere intesa come circostanza attenuante per aggressioni o uccisioni di omosessuali, considerando che dopo la sentenza della corte suprema David Kato Kisule ha denunciato un’intensificazione delle minacce e delle intimidazioni,
D. considerando che il copresidente dell’Assemblea paritetica UE-ACP, il presidente della sottocommissione per i diritti dell’uomo, il Presidente del Parlamento europeo, i responsabili della missione UE a Kampala, il Presidente e il Segretario di Stato degli Stati Uniti, l’Alto commissario per i diritti dell’uomo delle Nazioni Unite e altre personalità della comunità internazionale hanno reso omaggio a David Kato in quanto difensore dei diritti umani e sollecitato le autorità dell’Uganda a portare dinanzi alla giustizia i responsabili,
E. considerando che il Parlamento europeo, organizzazioni non governative internazionali e rappresentanti di governo dell’UE e degli USA hanno ripetutamente espresso preoccupazione per la situazione delle persone LGBT in Uganda, esposte a discriminazioni e persecuzioni, nonché per l’incitamento all’odio contro persone LGBT da parte di esponenti e organizzazioni della sfera pubblica e privata in Uganda,
F. considerando che il gruppo di cui faceva parte David Kato si è pubblicamente opposto al disegno di legge contro l’omosessualità (Anti Homosexuality Bill), presentato al parlamento ugandese dal deputato David Bahati il 25 settembre 2009, il quale prevede la reclusione da sette anni all’ergastolo nonché la pena di morte per gli atti omosessuali; considerando altresì che, a norma del citato disegno di legge, chi omette di dichiarare l’omosessualità di un figlio o di un paziente è punito con la reclusione fino a tre anni; considerando che la proposta è tuttora all’esame,
G. considerando che le persone LGBT in Uganda, nonché le persone di cui il Rolling Stone ha pubblicato fotografia e dati personali, che successivamente sono stati diffusi alla radio e alla televisione, si trovano ora in pericolo effettivo di essere perseguitati e in gran parte sono ora senzatetto, disoccupati, costretti a evitare luoghi pubblici e a nascondersi,
H. considerando che in Africa l’omosessualità è legale soltanto in 13 paesi ed è reato in 38 paesi; considerando che in Mauritania, Somalia, Sudan e Nigeria del nord l’omosessualità è punita con la pena di morte; considerando che dirigenti politici e religiosi estremisti, tra gli altri, incitano alla violenza contro le persone LGBT, mentre le autorità tollerano e lasciano impuniti i crimini commessi sulla base delle tendenze sessuali, considerando altresì l’aumento costante delle discriminazioni, degli arresti arbitrari o dei maltrattamenti basati sulle tendenze sessuali,
1. condanna fermamente la brutale uccisione di David Kato Kisule, difensore dei diritti umani in Uganda;
2. invita la autorità ugandesi a precedere a un’indagine approfondita e imparziale sull’omicidio e a portare dinanzi alla giustizia i responsabili, procedendo in tal modo anche per ogni altro atto di persecuzione, discriminazione e violenza contro persone LGBT e tutti gli altri gruppi minoritari; sollecita le autorità ugandesi a effettuare indagini sugli individui che hanno pubblicamente incitato all’uccisione di David Kato, nonché sulle loro organizzazioni, ruoli e fonti di finanziamento;
3. deplora il silenzio delle autorità ugandesi in merito ai discorsi discriminatori nei confronti di omosessuali e mette in risalto i loro obblighi a norma del diritto internazionale e dell’accordo di Cotonou, segnatamente il dovere di proteggere tutte le persone da minacce e violenze contro di loro, indipendentemente dalle tendenze sessuali o dall’identità di genere;
4. ribadisce, in occasione delle elezioni generali e presidenziali previste il 18 febbraio 2011, la necessità di impegnarsi contro la repressione dell’omosessualità e di adottare misure appropriate per far cessare le campagne di stampa omofobe e ogni discorso di incitazione all’odio contro una comunità minoritaria o di giustificazione generica di simili atti compiuti sulla base del genere o delle tendenze sessuali;
5. invita il governo ugandese ad assicurare alle persone LGBT e a tutti gli altri gruppi minoritari in Uganda una adeguata protezione dalla violenza e ad adottare azioni tempestive contro tutti i discorsi di minaccia o odio atti a incitare alla violenza, alla discriminazione o all’ostilità contro le persone LGBT;
6. rinnova in detto contesto la sua condanna del disegno di legge Bahati contro l’omosessualità e invita il parlamento dell’Uganda a depenalizzare l’omosessualità e a respingere in ogni circostanza l’applicazione della pena capitale; si associa all’appello del 10 dicembre 2010 del Segretario generale dell’ONU Ban Ki per la depenalizzazione universale dell’omosessualità;
7. denuncia ogni tentativo volto a istigare all’odio e sostenere la violenza contro i gruppi minoritari, compresi quelli sulla base del genere o delle tendenze sessuali; si associa all’appello che l’organizzazione di David Kato (SMUG) e altre organizzazioni hanno rivolto alle autorità e ai dirigenti politici e religiosi, nonché ai mezzi di informazione, affinché pongano fine alla stigmatizzazione delle minoranze sessuali e alle spinte verso un clima di violenza contro le persone LGBT;
8. sollecita la Commissione e gli Stati membri a inserire i militanti LGBT nei rispettivi programmi a sostegno dei difensori dei diritti umani; invita le organizzazioni non governative in Uganda a cooperare con la coalizione ugandese per i diritti umani e con le organizzazioni LGBT;
9. invita l’UE e gli Stati membri a far sì che la rispettiva politica estera, compresa la loro politica di cooperazione e di sviluppo, nei confronti dei paesi terzi, in relazione tanto alle autorità che alle ONG, tenga in debita considerazione la situazione di diritti umani di tutti i gruppi minoritari, comprese la persone LGBT, al fine di assicurare che in tale ambito siano compiuti progressi concreti; invita la Commissione, il Consiglio e il servizio europeo per l’azione esterna a fare pieno uso dello strumentario per la promozione e la tutela dell’esercizio di tutti i diritti umani da parte di lesbiche, gay, bisessuali e transessuali (LGBT) nell’ambito delle relazioni con l’Uganda, fornendo piena protezione ai militanti LGBT in Uganda e sostenendone le attività; invita la Commissione a inserire tali problematiche nella tabella di marcia contro l’omofobia la cui l’elaborazione è stato sollecitata dal Parlamento europeo ;
10. esprime profonda preoccupazione perché donatori internazionali, organizzazioni internazionali e organizzazioni non governative, organizzazioni umanitarie e mediche dovrebbero riconsiderare o cessare le proprie attività in taluni settori ove il progetto di legge fosse approvato e rileva che la Germania ha deciso di bloccare la metà dei 33 milioni di dollari di aiuto esterno destinati al Malawi a causa della criminalizzazione dell’omosessualità e delle restrizioni alla libertà di stampa, con successivo rifiuto degli Stati Uniti di erogare oltre 350 milioni di dollari di aiuto estero al Malawi in assenza di ulteriori colloqui sulla legge che limita le libertà individuali;
11. ribadisce la sua adesione ai diritti umani universali e rammenta che le tendenze sessuali sono un ambito che rientra nella sfera del diritto individuale alla riservatezza nei termini in cui essa è garantita del diritto internazionale sui diritti umani, secondo cui occorre tutelare l’uguaglianza e la non discriminazione e va garantita la libertà di espressione e ricorda alle autorità ugandesi i loro obblighi a norma del diritto internazionale e dell’accordo di Cotonou, il quale stipula che devono essere rispettati i diritti umani universali;
12. invita gli Stati membri e le istituzioni dell’UE a ribadire il principio che per le persone esposte a rischio di persecuzione tale aspetto va considerato ai fini dello statuto di rifugiato;
13. incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio, alla Commissione, al vicepresidente/alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza, al Presidente della Repubblica dell’Uganda, al presidente del parlamento ugandese, all’Assemblea legislativa dell’Africa orientale, nonché all’Unione africana e alle sue istituzioni.

FONTE: http://www.certidiritti.it/tutte-le-notizie/1044-parlamento-europeo-vota-risoluzione-su-david-kato-e-uganda.html

La realtà dei LGBT Africani. Ricatti ed estorsioni su base regolare Le leggi omofobe per colpa dello stigma sociale


(Johannesburg, 15 febbraio 2011)
Le leggi antiquate contro le relazioni omosessuali, così come lo stigma sociale profondamente radicato, hanno come conseguenza fin troppo frequente in Africa la persecuzione di lesbiche, gay, bisessuali e transgender (LGBT), fatti oggetto di ricatto ed estorsione; lo ha dichiarato il Gay and Lesbian International Human Rights Commission (IGLHRC) in un rapporto presentato oggi.

Il rapporto, Nowhere to Turn: Blackmail and Extortion of LGBT People in Sub-Saharan Africa,( Nessuna difesa: i ricatti e le estorsioni contro le persone LGBT in Africa sub-sahariana), mostra come i LGBT africani sono resi doppiamente vulnerabili dalla criminalizzazione dell’omosessualità e dalla stigmatizzazione spesso violenta che devono affrontare se la loro sessualità viene palesata. Basato su una ricerca dal 2007 ad oggi, il volume presenta articoli di ricercatori e dei principali attivisti africani e di accademici sulla gravità dell’impatto che queste violazioni dei diritti umani hanno in prevalenza sulle persone GLBT in Camerun, Ghana, Malawi, Nigeria e Zimbabwe.


“La tragica realtà è che il ricatto e l’estorsione sono parte della vita quotidiana di molti africani LGBT che sono isolati e resi vulnerabili da leggi omofobe e stigma sociale”, afferma direttore esecutivo di IGLHRC, Cary Alan Johnson. “La responsabilità è chiaramente dei governi nel non affrontare questi crimini e la vulnerabilità sociale e giuridica delle persone LGBT.”

Gli autori del rapporto raffigurano vividamente l’umiliazione dell’isolamento e la manipolazione che le persone LGBT subiscono da parte di ricattatori e estorsori nel descrivere le minacce di pubblicizzazione, furto, aggressione e stupro, che possono danneggiare e persino distruggere le vite delle vittime. La vulnerabilità di fronte a questi crimini perpetrati regolarmente è evidente e le famiglie e le comunità non sono rifugi sicuri. Ad esempio, secondo una ricerca condotta nel Camerun e messa in evidenza nella relazione, “la maggior parte dei ricatti e tentativi di estorsione sono stati commessi da altri membri della comunità – 33,9% da vicini di casa, 11,8% da parte di familiari, 11,5% da compagni di classe, e 14,1 .% da amici omosessuali delle forze di polizia che sono stati spesso complici di ciò – o ignorandoli o rifiutando di occuparsene o, nel 11,5% dei casi,perpetrandoli direttamente “.

Non c’è nessuno a cui rivolgersi per scoprire e denunciare il ruolo che lo Stato svolge in questi crimini ignorando ricatti ed estorsioni effettuate dalla polizia e da altri funzionari, omettendo di perseguire i ricattatori, e facendo condannare le vittime LGBT secondo la legge contro la sodomia quando trovano il coraggio di denunciare il ricatto alle autorità .

IGLHRC esorta gli Stati ad adottare misure concrete per ridurre l’incidenza di tali reati, depenalizzare l’attività sessuale tra persone dello stesso sesso, educando i funzionari e le comunità riguardo alle leggi sul ricatto, e garantire che tutte le persone possano accedere ai meccanismi giudiziari, senza pregiudizi.

http://www.iglhrc.org/binary-data/ATTACHMENT/file/000/000/484-1.pdf